Svolta europeista o ennesima melina?
Ultima chiamata per Meloni, tutte le incognite sul voto per il bis di von der Leyen: chi sono i franchi tiratori
Von der Leyen alla prova dell’aula: servono 400 voti ma i franchi tiratori possono mandare all’aria tutto. I verdi in soccorso, Ecr voterà diviso. Sberna (FdI) eletta vicepresidente dell’Europarlamento come segnale di apertura. Sull’Ucraina, tutti contro tutti

Il giorno dell’Europa è arrivato. La data è cerchiata in rosso sui calendari di mezzo pianeta. Oggi l’Europarlamento voterà per la nuova presidente della Commissione Europea. Che potrebbe essere la vecchia: in un mondo che corre veloce, in cui tutto cambia in fretta, al vertice dell’Europa si prova a ripristinare l’asse di cinque anni fa, proprio come a Washington si sfidano gli stessi Biden e Trump. L’orologio della storia, in certi casi, sembra inceppato. O forse no: perché le cose a Bruxelles non sono scontate. Il bis di Ursula von der Leyen è alla prova del voto. Segreto, peraltro. E può dunque succedere di tutto: lei, dal canto suo, teme i franchi tiratori.
L’ultima chiamata per Meloni: leader o capo sovranista?
Liberali, socialisti e popolari sono arretrati, rispetto al consenso che mettevano insieme nel 2019. Il gruppo Ecr, diventato in queste settimane l’interlocutore più blandito da von der Leyen, mette in conto la libera uscita dei suoi: alcuni voteranno a favore, altri contro. Altri potrebbero tornare ad astenersi, giocando una carta diplomatica ma diventando, ai fini del computo, ininfluenti. È l’ultima chiamata per Giorgia Meloni. Che arriva al momento del dunque con un surplus di pressioni, rischi, opportunità e convergenze difficili da contemperare. Ieri il voto sull’Ucraina, prima prova del nuovo parlamento europeo, ha mandato in tilt la coalizione di governo italiana, divisa sul sostegno a Kiev. Cosa deciderà di mettere, Meloni, arrivata all’appuntamento con la storia? Vestirà i panni della leader della nuova destra di governo, capace di guidare le istituzioni nell’ora più incerta o quelli del capo di partito ancora intrecciato con il sovranismo orbaniano? Le aperture verso von der Leyen ci sono state. Le due donne hanno saputo costruire un rapporto di rispetto che potrebbe diventare anche di fiducia. Quale che sia la decisione di Meloni, saprà di essere davanti a un bivio dal quale non si può tornare indietro. E su quest’ultimo miglio si muovono i primi passi del futuro.
Voto segreto e scenari inediti
E dunque, ci siamo. La data è cerchiata in rosso sui calendari delle istituzioni e della politica di mezzo mondo. Oggi l’Europarlamento voterà a scrutinio segreto la nuova presidente della Commissione Europea. Ursula von der Leyen si presenta alla prova del nove, chiedendo agli eurodeputati votati quaranta giorni fa di accordarle un bis non scontato. Il voto segreto apre a scenari inediti e a incognite pesanti. Può succedere di tutto: se von der Leyen teme i franchi tiratori, non sarà facile per nessuno dei capigruppo ricondurre i propri deputati a un voto “disciplinato”. Liberali, socialisti e popolari che componevano la maggioranza Ursula non sono più gli stessi. Né nei numeri, né nelle contingenze. Il margine di sicurezza della maggioranza del 2019 oggi non c’è più. E dunque von der Leyen cerca un salvagente, tra i verdi e i conservatori di Ecr, destinato a fluttuare fino all’ultimo.
La cronotappa dei lavori: 361 voti per l’elezione
L’agenda di oggi sarà sincronizzata per cronotappe. Di prima mattina, le linee guida per la prossima Commissione arriveranno sul tavolo dei gruppi politici; poi parlerà la presidente, candidata a succedere a se stessa per un altro quinquennio. Dopodiché ci sarà una pausa e i gruppi si riuniranno, per decidere come votare. Dalle 13, gli eurodeputati voteranno, come detto, a scrutinio segreto. I risultati verranno annunciati oggi, nel primo pomeriggio. Per essere eletta, von der Leyen dovrà ottenere almeno 361 voti. Sulla carta ne ha 401, la somma di Ppe, S&D e Renew, ma si stima un tasso di franchi tiratori pari al 10-15%. Di conseguenza, se vuole essere rieletta, deve allargare la sua base di consenso. I principali indiziati sono i Verdi/Ale, che hanno dato ampi segnali di disponibilità a votare la ‘madre’ del Green Deal. Ufficialmente, comunque, gli ecologisti decideranno solo domani, sulla base delle linee guida e di cosa dirà von der Leyen. I Verdi continuano a spingere perché la maggioranza venga allargata formalmente anche a loro, in vista dei prossimi passaggi parlamentari, perché una maggioranza di quattrocento deputati è troppo fragile, a loro giudizio, per reggere a tutte le prove che aspettano l’Ue.
Chi sono i franchi tiratori
La delegazione più dubbiosa tra gli ecologisti è quella dei francesi, che potrebbe non votarla. Tra i Socialisti il Pd voterà a favore, ha detto la vicepresidente dell’Aula Pina Picierno, secondo la quale non ci sarà ‘’nessun’’ franco tiratore tra i Dem e probabilmente pochi anche nelle file dei Socialisti. ‘’Non so se sarà lo stesso in altri gruppi’’, ha aggiunto. Liberali e Ppe dovrebbero votare a favore della candidata, ma c’è l’incognita di quanti saranno i franchi tiratori. Che la presidente non sia amatissima nel suo partito, dove alcuni la considerano troppo a sinistra, non è un mistero sin dal congresso di Bucarest, in marzo, quando von der Leyen venne nominata Spitzenkandidatin con parecchie defezioni. Si sa che i Liberali irlandesi, 6, non la voteranno, per le posizioni nettamente filoisraeliane adottate fin dall’inizio della guerra a Gaza. Perplessi anche i tedeschi dell’Fdp. Tra i Popolari si segnalano mal di pancia tra francesi, austriaci e sloveni.
I segnali di apertura dei conservatori
Nell’Ecr, che andrà in ordine sparso, sembrano orientati a votarla i fiamminghi dell’N-Va e i cechi dell’Ods. Mentre i polacchi del Pis non la voteranno di sicuro, come ha detto ieri l’ex premier Beata Szydlo, i Fratelli d’Italia finora hanno mantenuto il riserbo più assoluto: anche oggi il copresidente dell’Ecr Nicola Procaccini ha ripetuto che una decisione non c’è ancora. Votare Ursula, per FdI, non è facile. Ma neanche impossibile. La nomina a vicepresidente del Parlamento di Antonella Sberna, di Fdi, avvenuta ieri, è un segnale ‘inclusivo’ nei confronti del partito di Meloni. L’Ecr aveva già rotto il ‘cordone sanitario’ da tempo: dal 2022 ha un vicepresidente, il lettone Roberts Zile, che è stato rieletto, ma Sberna è la prima vicepresidente dell’Aula che viene dai Fratelli d’Italia, partito che conta ormai 24 eurodeputati. C’è un precedente ‘di area’, Roberta Angelilli, già in Alleanza Nazionale, che però venne eletta nel 2009 con il Popolo delle Libertà (gruppo Ppe) e divenne vicepresidente dell’Aula nello stesso anno. Tra gli italiani i Cinquestelle, appena entrati nel gruppo della Left dopo cinque anni di Purgatorio tra i Non Iscritti, dovrebbero votare contro, come il resto del gruppo. Contraria anche la Lega, nei Patrioti. Cinque anni fa, nel luglio 2019, il partito di Matteo Salvini votò contro von der Leyen, mentre i Cinquestelle votarono a favore. Da allora, l’inizio della fine del Conte uno.
Meloni a Tripoli
L’agenda europea preme ma Meloni tiene anche a seguire la sua. E così ieri la premier – una e trina, Governo, Fdi, Ecr – ha tentato perfino la carta dell’ubiquità: andando in Africa e stando al telefono con Bruxelles. Al tempo stesso. All’Africa, si sa, il governo tiene. E gli appuntamenti anche in quel quadrante non si fermano per aspettare l’agenda di Bruxelles. Tanto che Meloni a Tripoli si è catapultata al Trans-Mediterranean Migration Forum, durante il quale la Libia ha richiesto assistenza sul tema migratorio. Dossier che la maggioranza e la premier hanno molto a cuore. Meloni ha colto l’occasione per rilanciare il Piano Mattei, sottolineando la necessità di un “approccio a 360 gradi” nei confronti dell’Africa, definendo sbagliato l’approccio predatorio. Secondo Meloni, la cooperazione deve essere strategica e paritaria, con investimenti nel Continente per prevenire migrazioni forzate e risolvere i problemi comuni.
Meloni ha puntato l’indice sull’energia: la crisi energetica scatenata dall’invasione russa in Ucraina ha colpito l’Europa, ma ha anche offerto opportunità. Roma ha lavorato per diversificare le fonti e i fornitori di energia, spostando l’asse strategico dell’Europa verso il Sud, con l’Africa vista come potenziale grande produttore.
A Tripoli, Meloni è stata accolta dal primo ministro del Governo di Unità Nazionale Abdulhameed Dabaiba, accompagnata dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Il titolare del Viminale ha confermato l’allineamento del Forum con il metodo di lavoro adottato dal Governo Meloni dal 2022, evidenziato dalla Conferenza di Roma del 2023 e dal lancio del Piano Mattei.
Il voto sull’Ucraina
Mentre Meloni era a Tripoli – dove parlava anche di Ucraina – a Bruxelles il neo Parlamento europeo votava sul sostegno all’Ucraina. La risoluzione votata ha mostrato, plasticamente, le criticità di sintesi sia della maggioranza, sia delle opposizioni. ‘Il Parlamento chiede all’Ue e agli Stati membri di aumentare il loro sostegno militare all’Ucraina per tutto il tempo necessario e in qualsiasi forma necessaria’. Durante la prima sessione di voto della nuova legislatura l’Eurocamera ha approvato una risoluzione con 495 voti favorevoli, 137 contrari e 47 astensioni, che ribadisce il costante sostegno all’indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina entro i suoi confini riconosciuti a livello internazionale.
Nella prima risoluzione sull’Ucraina del nuovo Parlamento europeo, le due coalizioni italiane si sono presentate divise: la Lega nel centrodestra e il M5s nel centrosinistra, infatti, hanno votato contro. A partire dall’urgenza di questo tema, Giorgia Meloni deve dismettere i vari cappelli e indossarne uno solo. Guidano il Paese con la decisione di cui è capace: se Meloni fa Meloni, le incertezze verranno meno.
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