Chi critica il lavoro di certi magistrati è esposto a un’accusa molto sleale: e cioè che quella critica attenta alla legittimazione di uomini che mettono a rischio la loro vita. Si dice: quelli sono eroicamente impegnati per il bene di tutti, e tu ti permetti di fargli le pulci. È un’accusa sleale perché criticare un comportamento o un provvedimento di un magistrato non significa negare che il suo sia un lavoro pericoloso, né tanto meno rinunciare a pretendere che sia rigorosamente protetto.

Ma un’indagine sbagliata non diventa corretta solo perché la ordina un magistrato che vive sotto scorta; una sentenza ingiusta non diventa buona solo perché scritta da un giudice eroe. È un discorso difficile, ma finalmente bisogna farlo. Non è impossibile ritrovare prova di atti eroici nella vicenda di qualche aguzzino nazista: pure, non si crede che ciò basti a impedire il dovuto giudizio sulle sue responsabilità. O sì? E non c’erano forse eroi tra quelli che evangelizzavano con la spada? Pure, non rinunceremmo a fare la storia dei loro crimini solo perché hanno sofferto la rivolta dei selvaggi. O sì?

Non sono paragoni impropri: perché anche in quei casi, come sempre nei casi di ingiustizia, la violenza, l’arbitrio, la sopraffazione sono giustificati in nome di un bene supremo, di un interesse superiore.  E si dica se questo non avviene anche da noi e oggi. Si dica se l’ingiustizia in Italia, quando non è puramente e semplicemente negata o sottaciuta, non pretende di giustificarsi nel nome di questo o quel fine supremo: la vittoria sul crimine organizzato, il trionfo dell’onestà sulla corruzione, l’affermazione della politica sana su quella impresentabile. E tutto questo, appunto, condotto in modo incensurabile da magistrati “eroi”.

Dovrebbe dispiacere innanzitutto al magistrato l’idea che l’ingiustizia possa trovare giustificazione nel suo eroismo. E se quest’idea non gli dispiace, allora il rischio è che il suo eroismo sia non solo giustificazione, ma causa di ingiustizia.