Ventitré materie chiedeva il Veneto al referendum del 2017. Quattro ne ratifica il Consiglio regionale in questi giorni, con un passaggio in commissione compresso fra il 18 e il 21 agosto e l’aula convocata mentre gli ombrelloni di Jesolo sono ancora tutti aperti. Protezione civile, professioni, previdenza complementare e integrativa. Poi la tutela della salute, ma nella sola declinazione del coordinamento della finanza pubblica. Chiamarla vittoria è legittimo. Chiamarla la vittoria promessa, no.

Il punto non è la delusione, sentimento che in politica invecchia in fretta. È il meccanismo per cui un’aspettativa collettiva sopravvive intatta al proprio ridimensionamento. Il mito autonomista veneto ha attraversato trent’anni, quattro presidenti e una legge quadro senza logorarsi, perché non è mai stato un programma: è un modo di dire chi siamo. Passano i governi cambiano i pesi, cambiano anche le cornici economiche e normative: portare a casa comunque il principio e la sua realizzazione possibile, ha un suo peso storico.

Da qui in avanti, però, l’autonomia smette di essere un’ambizione e diventa un’amministrazione. Commissioni paritetiche, decreti di trasferimento, tabelle di personale, quantificazione delle risorse. Il terreno dove le promesse identitarie hanno storicamente mostrato la loro fragilità. Stefani lo sa e sa anche che la partita va lasciata aperta, che l’approccio autonomista deve rimanere, ma anche misurarsi con i risultati che da adesso in poi dovranno legittimarlo. È la condizione di ogni erede politico: dover gestire ciò che i predecessori potevano limitarsi a invocare.

Spritz

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