Il lavoro è materia così delicata che anche quando c’è, e ce n’è in abbondanza, va maneggiato con cura. Siamo abituati a pensarlo come un bene di cui si lamenta la mancanza: si misura la disoccupazione, si contano i posti perduti. Il Veneto rovescia lo schema. Qui il lavoro non manca — semmai eccede la disponibilità di chi possa e voglia farlo — e proprio per questo mostra il lato più insidioso. Un conto è avere posti da riempire, un altro è avere chi accetti di riempirli e li viva come più di una casella.

Dietro la contabilità dei posti vacanti — quasi duecentomila attesi entro la fine del decennio — non c’è un problema soltanto aritmetico. Il lavoro non è una grandezza fungibile, un tot di ore da coprire con l’uno o con l’altro: è tempo che dà forma alle giornate, competenza che si costruisce negli anni, appartenenza a un mestiere e a un luogo. Per questo i giovani che oggi disertano il cantiere e la fonderia non rifiutano semplicemente la fatica: cercano nel lavoro qualcosa che una parte del lavoro ha smesso di offrire, e che nessuno stipendio, da solo, restituisce.

Qui si annida l’insidia della soluzione più ovvia. Davanti al vuoto si mobilitano le riserve: si trattengono al lavoro gli anziani, si chiamano dall’estero i migranti, si coinvolgono le donne rimaste ai margini. Sono leve utili e in buona parte inevitabili. Ma ciascuna di esse è fatta di persone con una biografia, non di caselle da incastrare in una proiezione: e una previsione che torna sulla carta può non tornare nella realtà, se chi dovrebbe riempirla non trova una ragione per restarci.

Sta qui la differenza tra avere lavoro e saperlo tenere. Una regione che nel lavoro ha il proprio tratto distintivo farebbe bene a non lasciarsi rassicurare dalla propria abbondanza: la vera scarsità, oggi, non è di posti, ma di senso e di persone disposte a occuparli. Il lavoro, anche quando abbonda, resta tra le cose più fragili che una comunità possieda. E le cose fragili non si contano soltanto: si custodiscono.

Spritz

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