Nel 2030 il Veneto potrebbe contare circa 189mila posti di lavoro scoperti. La stima è dell’Osservatorio regionale sul Mercato del Lavoro di Veneto Lavoro, e mette a fuoco una contraddizione che il territorio si porta dietro da anni senza scioglierla. La regione con uno dei tassi di disoccupazione più bassi d’Italia, poco sopra il tre per cento a fronte di una media nazionale quasi doppia, è la stessa in cui le imprese non riescono a coprire le posizioni che aprono. Non manca il lavoro: mancano i lavoratori.

La radice non è congiunturale, è demografica. Il calo delle nascite che dura da decenni e l’invecchiamento della popolazione stanno assottigliando la fascia in età da lavoro, mentre la generazione più numerosa si avvicina alla pensione. Detto senza giri di parole: i vuoti che si apriranno nei prossimi anni sono, in larga parte, culle che non si sono riempite venti o trent’anni fa. È un conto che nessun ciclo economico favorevole può saldare, perché non dipende dalla domanda ma dall’anagrafe.

Interessa soprattutto il modo in cui l’Osservatorio immagina di colmare quel vuoto. Nello scenario di riequilibrio, i circa 192mila occupati aggiuntivi necessari verrebbero da tre bacini oggi sottoutilizzati: gli over 65 che restano al lavoro (centoundicimila), i flussi migratori (sessantaquattromila) e una maggiore occupazione femminile (diciassettemila). Sono cifre che, lette insieme, raccontano una scelta di civiltà più che una tabella statistica. Un sistema produttivo che ha smesso di rigenerarsi dall’interno affida la propria continuità a chi arriva da fuori e a chi rimanda il congedo dall’età attiva.

Il peso della componente straniera, del resto, è già oggi strutturale. Gli occupati stranieri residenti sfiorano le 267mila unità, circa il dodici per cento del totale, e ogni anno oltre 50mila persone straniere fanno il loro primo ingresso nel mercato del lavoro veneto. Non un’emergenza da gestire ai margini, ma un pilastro su cui poggiano interi comparti, dall’agricoltura al turismo.

La difficoltà, intanto, non è teorica. L’ultimo bollettino Excelsior di Unioncamere segnala che oltre quattro posizioni aperte su dieci rischiano di restare vacanti, quasi sempre perché mancano i candidati o perché le competenze non coincidono con quelle richieste. I comparti più in affanno sono proprio quelli che hanno fatto la ricchezza del Nordest: metallurgia e costruzioni, dove il disallineamento supera il sessanta per cento, il legno-arredo, il tessile-abbigliamento. I mestieri della manifattura diffusa, quelli su cui il modello veneto si è edificato, sono gli stessi che oggi non trovano più braccia.

Qui il problema smette di essere solo demografico e diventa culturale. Una parte delle posizioni resta scoperta non perché non esistano persone, ma perché quei lavori hanno smesso di essere desiderabili. La fatica del cantiere, il turno in fonderia, il banco dell’artigiano attraggono sempre meno giovani, in un tempo che ha spostato altrove le proprie promesse di riconoscimento e di senso. Le forze di lavoro potenziali esistono — l’Osservatorio conta decine di migliaia di inattivi in principio disponibili a un impiego — ma tra la disponibilità astratta e l’accettazione di un lavoro concreto si è aperta una distanza che la sola leva salariale non basta a colmare.
In questa scarsità si consuma un rovesciamento della storia.

Il Veneto che oggi deve attrarre lavoratori è lo stesso che, poco più di un secolo fa, svuotava le proprie campagne verso le Americhe, le miniere del Belgio, le fabbriche d’Europa: terra di partenze prima ancora che di arrivi. Il miracolo dei capannoni moltiplicati lungo le strade provinciali è nato quando la manodopera era abbondante, giovane e disposta a piegarsi alla fatica per un salario. Quel serbatoio si è prosciugato, e con esso l’automatismo su cui il modello ha prosperato.

Il direttore di Veneto Lavoro, Tiziano Barone, ha invitato a non gridare all’allarme: al 2030 il mercato regionale, secondo le previsioni, dovrebbe reggere. Ma avverte che negli anni successivi il serbatoio dei lavoratori disponibili è destinato a ridursi, e che sullo scenario pesa un’incognita ancora non quantificabile, l’impatto dell’intelligenza artificiale sui mestieri. Per questo, serve agire da subito sulle leve della partecipazione: occupazione femminile, flussi migratori regolari , formazione dei giovani. Sono le sole, secondo l’Osservatorio, capaci di riequilibrare domanda e offerta entro il decennio.