Venezia ha scelto Simone Venturini al primo turno, e dentro quella vittoria c’è anche Azione, entrata con adesioni personali nella lista civica del sindaco — pochi mesi dopo aver sostenuto, alle regionali, il centrosinistra di Giovanni Manildo. Due scelte opposte, rivendicate come coerenza di metodo da Cristian Zara, coordinatore di Azione a Venezia.

Venturini vince al primo turno e Azione è nella sua lista civica. Qual è il bilancio: un investimento su cui puntate o un appoggio che rischia di confondersi nella vittoria altrui?
«Abbiamo investito molto. Con Venturini avevamo avviato un anno fa una convergenza programmatica: è un sindaco civico, di centro, da sempre vicino a noi, e ha ripreso in parte il programma per Venezia a cui lavoravamo. Quell’investimento ci ha portati a eleggere il nostro Gennaro Marotta alla presidenza della Municipalità di Mestre-Carpenedo e a entrare nella lista del sindaco. È solo il primo passo: davanti ci sono cinque anni, e Venezia ha molti problemi ma anche molte progettualità nuove. Saremo della partita».

Alle regionali sostenevate Manildo; pochi mesi dopo un sindaco di centrodestra. Per qualcuno è un cambio di campo, voi lo chiamate coerenza di metodo: come si tengono insieme?
«A livello regionale c’è stata una discussione forte e legittima. La partita era diversa: la vittoria del centrodestra era scontata, accodarsi sarebbe stato facile. Noi avremmo preferito quella strada, per il lavoro già avviato con Venturini; ma la maggioranza degli organi regionali scelse Manildo, perché c’era la possibilità concreta di eleggere un consigliere e avere voce a Palazzo Ferro Fini. Ci siamo riusciti, con Nicolò Rocco. A Venezia abbiamo replicato lo schema: non è un voltafaccia. C’è chi lo chiama opportunismo; noi lo chiamiamo programmazione».

Calenda ha tolto il simbolo e parla di adesioni personali. Non c’è il rischio di vincere qualche elezione in più ma di perdere in identità?
«Il rischio c’è, ed è forte: lo riconosco. Ma siamo un partito nato sei anni fa, con un compito complicato: ragionare sui problemi a prescindere dai poli, votare i provvedimenti per quello che valgono, non per chi li propone. Vogliamo essere rappresentativi, non fare comparsate. È un metodo che espone, ma è quello che più di ogni altro ci fa entrare dove si decide. Lo condivido, soprattutto ora che Azione costruisce un’area riformista nazionale: l’uscita di Pina Picierno dal Pd va in quella direzione».

Da riformisti definiamo spesso il Veneto un laboratorio politico. E’ un laboratorio che può dire qualcosa al riformismo nazionale, oltre i confini di una giunta o di un sindaco?
«Sì. Dove ci sono persone valide e idee, noi ci siamo, a prescindere da chi le propone: sosteniamo chi i problemi li risolve, non chi li crea. Un esempio: nel 2024, nel Veneziano, abbiamo eletto il sindaco di Noale — la città dell’Aprilia di Ivano Beggio — col centrodestra; e a pochi chilometri, a Spinea, nella stessa tornata, eravamo nella coalizione di centrosinistra che ha vinto con Franco Bevilacqua. Stessa data, schieramenti opposti, un solo criterio: persone e programmi. Di riformisti ce ne sono a destra come a sinistra: è il momento che si uniscano. C’è un’area intorno al 20 per cento, abbastanza per essere determinanti».

Nel 2027 si vota a Padova e Verona: stesso metodo, caso per caso? O un’eventuale linea nazionale andrà replicata sul territorio?
«L’indicazione del segretario regionale Carlo Pasqualetto è chiara: persone e programmi. Certo sarà più complicato, perché il voto cadrà forse insieme alle politiche, e non sappiamo quale linea arriverà da Roma. Ma i dirigenti di Padova e Verona sapranno scegliere, tanto più che Padova è la città di Pasqualetto. Calenda ai territori questa libertà l’ha sempre lasciata, già dal Terzo Polo. Credo che darà carta bianca. Ci deciderà, presto: le elezioni sembrano lontane e invece sono vicine».

Per chiudere: riformisti, moderati, concreti. Non si rischia che la concretezza diventi un alibi, e che il partito finisca per non scegliere?
«Ce lo dicono in molti. A tutti rispondo: venite a conoscerci, parlate con i nostri amministratori, e capirete perché siamo convinti. Dove ci sono competenza, professionalità e idee chiare, si fa il meglio per la comunità. Ripeto lo slogan di Calenda del 2019, alla fondazione di Azione: è un partito che farà fatica a raccogliere consensi, perché chiede alle persone di cambiare modo di pensare, e serve più tempo che ai populisti. Ma qualcuno deve farlo, e noi abbiamo voglia di farlo».