Sono 178.493 contro 73.000 i residenti, oggi, dei due corpi che compongono il comune di Venezia: la terraferma da un lato — Mestre, Marghera, Favaro, Chirignago — la laguna dall’altro, con il centro storico e le isole. I dati aggiornati all’8 gennaio 2026, elaborati dal portale Venessia.com, fotografano un’inversione che non è più demografica ma quasi ontologica: la città-simbolo, quella che il mondo riconosce come Venezia, pesa ormai meno della metà rispetto alla sua appendice di terra. Il solo centro storico ha perso 780 abitanti in dodici mesi, 1.516 in un biennio, e secondo le proiezioni scenderà sotto i 47.000 entro l’autunno. La terraferma cresce ancora, anche se per il solo apporto della componente straniera, che a Mestre Centro tocca ormai il 28 per cento dei residenti.

Sono i numeri di una città capovolta, e sono i numeri con cui il neosindaco Simone Venturini dovrà fare i conti dal primo giorno. La Venezia che la politica nazionale racconta — la cartolina, il MOSE, il turismo, la Biennale — è una città di 73.000 abitanti. La Venezia che vota, che paga le tasse, che riempie le scuole, che usa l’ospedale dell’Angelo, è una città di 178.493 abitanti che vive in terraferma. Statisticamente, il sindaco di Venezia è già da tempo un sindaco di Mestre che governa anche un patrimonio universale dell’umanità. C’è poi un altro dato, meno commentato del risultato per il sindaco, che racconta la stessa asimmetria sul piano politico. Insieme alla scheda per Palazzo Ca’ Farsetti, gli elettori veneziani il 24 e 25 maggio hanno votato anche per le sei presidenze di Municipalità in cui è suddiviso il territorio comunale.

E lì la geografia del consenso ha disegnato una mappa molto più netta di quella del voto generale, che ha visto Venturini affermarsi su tutto il perimetro cittadino. Il centrodestra allargato ha conquistato cinque Municipalità su sei — Mestre-Carpenedo, Marghera, Chirignago-Zelarino, Favaro Veneto, Lido-Pellestrina — mentre il centrosinistra ha tenuto soltanto Venezia-Murano-Burano. È il vecchio dualismo che torna nelle urne con nettezza chirurgica: nel voto di prossimità, quello più sensibile alla composizione sociale dei quartieri, la laguna vota in un modo e la terraferma in un altro. A Mestre-Carpenedo la presidenza è andata a Gennaro Marotta, in quota Azione ma formalmente nella lista Venturini, con il 53,4 per cento contro il 38,7 di Anna Forte. Una biografia, la sua, che racconta bene la geometria del nuovo ciclo: ex consigliere regionale dell’Italia dei Valori, oggi tra le file di quel centrodestra allargato al centro che lo stesso Venturini, nell’intervista pubblicata in questa pagina, indica come modello esportabile.

La fotografia che ne esce è quella di un’amministrazione che governerà sull’intera città con un mandato pieno, ma che dovrà farlo tenendo insieme due elettorati che, sul piano locale, esprimono sensibilità divergenti. Le Municipalità non hanno poteri decisivi, ma sono il termometro più fedele dell’umore dei quartieri. E quel termometro, oggi, segna due temperature diverse a seconda del lato del ponte. La sfida è proprio questa. Nell’intervista in questa stessa pagina Venturini reclama «una nuova narrazione», una città contemporanea che smetta di raccontarsi al passato. Ma quale città, esattamente? Se quella che soffre demograficamente è il centro storico, mentre quella che cresce — sempre più multietnica, sempre meno presidiata sul piano del decoro urbano — è la terraferma, allora la nuova narrazione non può essere costruita guardando solo da un lato del ponte. La reindustrializzazione di Marghera e il decoro dei parchi di Mestre non sono temi minori rispetto alla grande politica della laguna. Sono il banco di prova vero di un sindaco che si propone di amministrare, come ha detto lui stesso, «un organismo unitario con le sue differenze». La differenza, oggi, è di oltre centomila abitanti.

Spritz

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