A ovest i binari corrono; a est si arenano. La Brescia-Verona ha superato l’85% dei lavori, la Verona-Vicenza sfiora il 70%, e per fine 2026 il commissario Macello promette i primi treni alle porte del capoluogo berico. Poi la corsa si spegne: l’attraversamento di Vicenza è fermo al 23%, con orizzonte 2032, mentre l’uscita a est verso Padova resta sulla carta, priva di copertura finanziaria.

Ci sono dottrine sociologiche che hanno dato un nome a questo fenomeno: desincronizzazione. Le società della modernità avanzata accelerano, ma non tutte le loro parti accelerano insieme, e il ritardo di un segmento diventa l’attrito dell’intero sistema.

La Milano-Venezia guadagnerà quindici minuti sulla carta; quei minuti restano però impigliati in 4,3 chilometri di frazioni vicentine, ostaggio di un cavalcavia conteso e di una conferenza dei servizi mai convocata. L’alta velocità, paradosso dei paradossi, finisce per produrre il suo contrario: attesa.

Dietro la contesa politica di questi giorni affiora una questione più profonda, quasi antropologica. Un’infrastruttura da tredici miliardi, nutrita da fondi europei ormai esausti, rischia di consegnare al Veneto un tempo doppio: la promessa del futuro fino a Vicenza, la lentezza del Novecento subito dopo.

Il 2032 non è solamente una data operativa , è una scommessa sulla capacità di una comunità di fare sintesi tra le istanze e decidere. Se il nodo non si scioglie adesso, a slittare non sarà soltanto un’opera. Sarà l’idea stessa di un territorio che sappia muoversi al passo del proprio tempo.

Spritz

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