Due politici regionali, due posizioni in conflitto, lo stesso vocabolario. Roberto Marcato anima tanto solida quando critica nel Carroccio per difendere la Lega «che è un’altra cosa»; Stefano Valdegamberi che va con Vannacci rivendicando radici, terra, appartenenza. Eppure, a leggerli in controluce, parlano la medesima lingua: quella dell’identità e dell’autonomia, che da noi non è uno slogan ma una cifra.

È il vecchio privilegio della regione-laboratorio. Qui il sovranismo nazionale, appena varcato il Po, deve cambiare casacca: il generale che evoca Roma e la nazione attecchisce solo se qualcuno lo traduce in dialetto, lo cala nelle valli, lo aggancia al rancore antico verso una capitale percepita lontana e sorda. Valdegamberi compie esattamente questa operazione, e non a caso viene dalla montagna della Lessinia, da un cattolicesimo di confine. Marcato, dal fronte opposto, rivendica la stessa posta con segno rovesciato: la Lega ha senso solo come confederazione di peculiarità territoriali, mai come imitazione dei partiti nazionali. Il punto, allora, non è chi vince nella sfida tra Carroccio e Futuro Nazionale.

È che entrambi, per esistere in questa regione, devono arrendersi davanti al principio totale dell’autonomia. Perfino Vannacci, in Veneto, finisce per dover parlare veneto: la nazione si fa provincia, il sovranismo si fa campanile. E per tutti il consenso, da queste parti, continua a misurarsi non sulle bandiere di Roma, ma sulla capacità di pronunciare «noi» con un accento politico riconoscibile.

Spritz

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