Tessera della Lega dal 1992, una militanza sempre ben ancorata al territorio, fedelissimo di Luca Zaia e per anni assessore allo Sviluppo economico in Regione, Roberto Marcato è la voce che nel Carroccio veneto non le manda a dire. È stato tra i primi a opporsi all’ascesa di Roberto Vannacci dentro la Lega, e oggi resta il critico più netto del generale. Ma la sua analisi comincia da dentro il suo stesso partito.

Lega-Lega del Nord, Zaia vicesegretario: si fa, non si fa? E per il Veneto, cosa cambierebbe?
«Se mi chiede se credo che Zaia possa fare il vicesegretario, la mia risposta è no, non ci credo. E non so neppure cosa cambierebbe: i nomi sono importanti, ma lo sono di più le azioni conseguenti. La questione settentrionale non la risolvi mettendo un settentrionale doc come Zaia, Fedriga, Fontana, Marcato. La risolvi ponendo le questioni. C’è il tema dell’alta velocità Verona-Padova: bisogna trovare i finanziamenti? Allora i parlamentari della Lega non votano la finanziaria. C’è la legge speciale per Venezia, che non viene finanziata dal 2011: avete trovato i soldi per altre cose, trovateli anche per questa. C’è Venezia capitale: non la volete fare? Allora tutti i provvedimenti che riguardano Roma capitale non li votiamo più. È così che poni le questioni del Nord. Se pensiamo che basti mettere uno del Nord a fare il nordista, abbiamo capito poco. La Lega deve ritrovare sé stessa».

Lo vedrebbe semmai segretario? O il suo posto resta sul territorio?
«Per come lo conosco, non ho mai creduto che fosse interessato a fare il segretario, e non lo vedo fare il vice di qualcuno. Il suo posto è sul territorio. Fedriga, invece, ha già avuto un percorso politico di partito, è stato capogruppo, ha ricoperto ruoli al federale: che possa avere un ruolo nazionale non mi stupisce. Zaia è un’altra cosa».

Il Veneto resta un laboratorio politico a sé, anche rispetto alla Lega nazionale?
«Continua a esserlo, e la dimostrazione l’abbiamo avuta qualche mese fa alle regionali: tutti gli analisti davano Fratelli d’Italia ampiamente sopra e, contro ogni previsione, la Lega, anzi sottolineo la Liga, torna prepotentemente primo partito. Perché il Veneto è un’altra cosa, come la Liga è un’altra cosa. Qui i temi del territorio, delle imprese, della tutela del più debole, delle piccole e micro imprese, della sicurezza sono particolarmente sentiti. E la percezione, del cittadino come dell’imprenditore, è che a Roma ci sia un’incapacità di comprendere il nostro territorio e le nostre esigenze. La disillusione verso la Lega nasce anche da qui: in molti avevano riversato grandi speranze sulla capacità di rappresentare il Veneto e la Lombardia a Roma, e sono rimasti delusi».

E lei, dopo le regionali, è disilluso?
«Io sono arrabbiato, perché da cinque anni vado dicendo inascoltato quello che non funziona e che cosa sarebbe successo. E, lo dico con il cuore in mano, purtroppo ho avuto ragione. Avremmo potuto fare cose che ci avrebbero impedito di arrivare dove siamo arrivati. Ricordo sommessamente che sono stato l’unico a porre, ancora prima di entrare in Lega, la questione Vannacci: dicevo che con noi non c’entrava nulla e che era un errore tirarlo dentro. L’ho detto a Salvini, l’ho detto a tutti. La risposta era che i panni sporchi si lavano in casa. Poi si è visto com’è andata».

Vannacci ha un seguito in Veneto, e in larga parte di gente transitata dall’area Lega. Domandiamoci il senso…
«Guardi, spero che finisca la giustificazione valoriale della transumanza, perché la trovo davvero insopportabile. Quasi tutti quelli che sono passati dalla Lega o da Fratelli d’Italia a Vannacci sono andati perché, se avessero avuto la certezza di un posto al sole dov’erano, sarebbero rimasti. Di questo sono certo. Di alcuni, anzi, spero che vadano via, perché questi sono anche momenti interessanti per una rigenerazione del partito. Uno che va con Vannacci non è mai stato leghista, ed è bene che se ne vada. L’esercito italiano, il generale, Roma, il nazionalismo, il sovranismo, Roma capitale, Dio Patria Famiglia: sono cose che non sono mai appartenute alla Lega e che orgogliosamente non sento mie. Noi non avevamo il dovere di proporre soluzioni in linea con un’ideologia, ed era un vantaggio competitivo straordinario. L’abbiamo perso per spostarci violentemente su una destra estrema che non ci rappresenta, per scimmiottare i partiti nazionali. Ma di partiti nazionalisti ce ne sono già troppi: noi dobbiamo essere quell’altra roba . La Lega è sempre stata quell’altra roba».

Ho capito, ma Lega può ancora essere quell’altra roba lì, come dice? Su cosa si riparte?
«L’apparato radicale del nostro partito è profondissimo. La storia che abbiamo noi non ce l’ha nessun altro, i valori nemmeno, ma soprattutto la classe dirigente fatta di amministratori che ha la Lega non ce l’ha nessuno. Possiamo tornare ad avere il ruolo che meritiamo. L’importante è avere un’identità chiara, senza rincorrere mitologie che non ci appartengono. L’ho detto anche a Salvini: l’unica possibilità che la Lega aveva di diventare un partito nazionale era come confederazione di leghe regionali, e le leghe regionali a loro volta dovevano essere il detonatore delle peculiarità e delle diversità territoriali. Altrimenti la Lega nazionale non ha alcun senso».

A proposito di territorio, tra un anno si voterà in alcune importanti città venete. Si candiderà a fare il sindaco di Padova.
«Io la mia disponibilità convinta l’ho data. Se i partiti del centrodestra, i centristi, i civici con cui ho dialogato in tutti questi anni saranno d’accordo, per me sarebbe la gratificazione più grande che possa avere».