E’ stata violentata cinque anni fa, quando aveva 18 anni, da tre compagni di classe assolti nei mesi scorsi perché, poverini, “non avevano capito il rifiuto della ragazza” e avrebbero “frainteso” gli atteggiamenti della coetanea condizionati dalla “visione pornografica” che avevano nei confronti dell’altro sesso. Tra l’altro uno dei tre in precedenza aveva avuto una relazione con la giovane vittima.

Quindi pur riconoscendo la “violenza oggettiva“, con i tre che “spinti dall’eccitazione hanno fatto di tutto per indurre la ragazza a intrattenere un rapporto plurimo“, la “condotta non è penalmente rilevante”. Nessuna giustizia (cinque anni dopo!) per la giovane ragazza, oggi 23enne, che nel settembre del 2018 venne abusata a Firenze dai suoi colleghi di classe perché sotto effetto di alcol e canne. Una vicenda traumatica che vide la giovane abbandonare la scuola nei mesi successivi (era l’anno della Maturità), affidandosi a uno psicologo.

I tre, secondo il tribunale fiorentino, avrebbero frainteso il consenso della coetanea nonostante quest’ultima, durante una festa in una casa di campagna fuori città, dicesse loro di smetterla. Ma nulla. Uno dei tre continuò ad appoggiarle la bottiglia alla bocca, poi lo stupro con uno dei tre protagonisti che, ridendo, diceva agli altri “ma questo è uno stupro” (stando alla versione della vittima). Ma nelle motivazioni, il gup ha spiegato che “senza dubbio vi sia stato un comportamento eccessivo da parte dei tre ragazzi coinvolti, i quali, spinti dall’eccitazione, hanno fatto di tutto per indurre la ragazza a intrattenere un rapporto plurimo, corrispondente alle fantasie che gli stessi avevano coltivato nelle settimane precedenti“. La giovane non si trovava “al massimo della lucidità e già questo avrebbe dovuto indurre i ragazzi a porsi il problema della sua piena capacità di prestare il consenso”. Ma per il giudice ci fu una “situazione certamente equivoca” dovuta allo stato di alterazione della giovane e di uno del gruppo “che non può non aver influito sulla completa percezione del consenso o del dissenso” della studentessa. “Equivoco” che nasce anche dai “pregressi rapporti” tra la ragazza e uno dei tre coetanei, che in precedenza avevano avuto una frequentazione. 

Per i giudici le parole della giovane vittima avrebbero “scarsa attendibilità” perché alcune sue ricostruzioni poco coerenti perché condizionate dallo stato di alterazione di quella sera. I tre, poverini, erano invece “condizionati da un’inammissibile concezione pornografica delle loro relazioni con il genere femminile hanno errato nel ritenere sussistente il consenso — si legge — una condotta certamente incauta, ma non con la piena consapevolezza della mancanza di consenso o della sua preponderante alterazione psicofisica”.

Duro lo sfogo della giovane a Repubblica: “Ho chiesto aiuto a un sistema giudiziario che, guardandomi negli occhi mentre ero in lacrime, cercando di mettere insieme i miei ricordi, mi ha chiesto quanti partner avessi avuto prima e dopo il fatto”, in riferimento proprio alla precedente relazione che aveva avuto con uno dei tre. “Ovviamente sentenze come questa non aiutano chi cerca il coraggio di agire e reagire. Da fuori non ci si può render conto credo, ma chi ha avuto la fortuna di non dover subire un’esperienza simile non può neanche lontanamente immaginare cosa ci sia dietro una denuncia”. Poi l’amara conclusione: “Ripenso a quella sera come il giorno in cui ho perso la fiducia in tutto. Erano miei amici, gli volevo bene e pensavo ne volessero a me, o quanto meno che si interessassero al mio benessere”.

Redazione

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