Niente da fare per Patrick George Zaki: è un calvario infinito quello dello studente egiziano dell’Università di Bologna. Quel poco di ottimismo che pure era trapelato dai mezzi di informazione si è rivelato fuori luogo e fuori tiro questa mattina. La sua detenzione è stata rinnovata per altri 45 giorni. Altri 45 giorni nel carcere di Tora, il Cairo, dove da 11 mesi dorme per terra, come ha raccontato il suo avvocato, ha dolori alla schiena. Sulla sua testa pende un’accusa di propaganda terroristica per la quale è stato arrestato nella capitale egiziana agli inizi di febbraio scorso.

“La corte penale del terzo circuito antiterrorismo ha deciso di rinnovare la detenzione del nostro collega Patrick George Zaki, ricercatore dell’Iniziativa egiziana, per 45 giorni. Patrick è stato arrestato il 7 febbraio, al suo ritorno per trascorrere una vacanza dall’Italia, dove stava studiando per un master”, ha riportato l’Eipr (Iniziativa egiziana per i diritti personali) su Twitter. Gli avvocati del 29enne non si erano mostrati ottimisti nei giorni scorsi.

Comunque una grande attenzione si era creata attorno al caso. Nelle scorse ore ne avevano scritto i giornali, avevano fatto appello i politici e anche star internazionali. A niente è servito neanche l’appello dell’attrice americana Scarlett Johansson della settimana scorsa. Eppure soltanto lo scorso tre dicembre erano stati scarcerati i tre dirigenti della Egyptian Initiative for Personal Rights (Iniziativa egiziana per i diritti personali) con cui collaborava Zaki, su ordine della procura del Cairo. Erano accusati di aver diffuso informazioni false e di aver complottato contro lo Stato.

IL CASO – Zaki è stato arrestato lo scorso 7 febbraio. Soltanto lo scorso 22 novembre la custodia cautelare presso il carcere di Tora è stata rinnovata per altri 45 giorni. Le accuse sono di istigazione al terrorismo per alcuni post su Facebook. Il caso ha spinto Amnesty International a parlare di “accanimento giudiziario” e a chiedere “un’azione diplomatica” italiana “molto forte” sull’Egitto. I post incriminati sarebbero una decina. Tra i reati contestati anche la “diffusione di notizie false”, “incitamento alla protesta” e “istigazione alla violenza e ai crimini terroristici”. Per i capi dei quali Zaky è accusato, lo studente rischia 25 anni di carcere. I legali dello studente 29enne insistono su un aspetto: i post sarebbero stati pubblicati da un account quasi omonimo ma diverso dal suo.

GLI ATTIVISTI – “La detenzione cautelare di Patrick viene rinnovata per 45 giorni e viene utilizzata come strumento di coercizione. Come di consueto, la Terza Camera del Terrorismo, riunitasi presso l’Istituto dei Segretari di Polizia, ha deciso domenica 6 dicembre di rinnovare la detenzione preventiva di Patrick per altri 45 giorni”. Questo il post della pagina Facebook Patrick Libero. “Ieri sera, mentre il tribunale era ancora in sessione, già circolavano notizie sui siti web dei giornali egiziani circa la decisione di rinnovo. Tuttavia, abbiamo trovato opportuno considerarle ‘voci’ non autentiche fino a quando il team di difesa di Patrick non avesse confermato o meno la decisione dell’accusa. Ci domandiamo quindi come hanno fatto i giornalisti a conoscere le decisioni del Tribunale prima che la sessione si concludesse ufficialmente. Ci rifiutiamo di normalizzare questa situazione anormale, che viola l’obiettivo fondamentale fissato dalla legge egiziana sulla detenzione preventiva”.

 

“Patrick non rappresenta una minaccia e la sua posizione è nota alle autorità egiziane: che senso ha tenerlo in prigione se non quello di tormentare lui e chi che lo circonda? La sessione del tribunale si è tenuta per un periodo non inferiore a sette ore, e più di 700 imputati sono stati esaminati dai giudici. Durante questo periodo, gli imputati sono stati messi in una gabbia di vetro e sono stati privati dei loro diritti più elementari, come mangiare, bere, o anche usare i servizi igienici. Infine, le autorità egiziane sostengono di aver arrestato Patrick nel luogo di residenza dei suoi genitori a Mansura l’8 febbraio, nonostante le ripetute richieste dei suoi avvocati di controllare le telecamere di sorveglianza dell’aeroporto del Cairo per dimostrare l’invalidità di questa affermazione, ma senza alcun risultato. Abbiamo anche chiesto più volte di indagare sulla tortura di Patrick al momento del suo arresto, ma non abbiamo ricevuto alcuna risposta. Nonostante la rabbia e la frustrazione, continueremo a combattere per la libertà di Patrick finché non tornerà fra noi. Continueremo a batterci per mettere fine all’ingiustizia a cui Patrick è sottoposto”.

Antonio Lamorte