Patrick George Zaki, sarebbe stato “picchiato, sottoposto a elettroshock, minacciato e interrogato su diverse questioni legate al suo lavoro e al suo attivismo”. Lo riferiscono i legali che lo hanno incontrato alla Eipr, Egyptian Initiative for Personal Rights, associazione cui Patrick fa capo spiegando che le violenze sarebbero avvenute nelle 24 ore dopo l’arresto. Lo studente 27enne stava svolgendo un master in Studi di genere dell’Università di Bologna, è stato arrestato dalle autorità egiziane appena rientrato in Egitto.

Zaki non è uno studente italiano ma la sua storia ricorda molto quella di Giulio Regeni, che il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha da subito detto di voler monitorare con attenzione. L’Italia ha chiesto l’inserimento del caso all’interno del meccanismo di ‘monitoraggio processuale’ coordinato dalla delegazione Ue in loco che consente ai funzionari delle ambasciate Ue di monitorare l’evoluzione del processo e presenziare alle udienze. Roma continuerà a seguire il caso sia tramite il coordinamento con i partner che attraverso altri canali rilevanti.

La custodia cautelare – La Procura di Mansoura sud, nel delta del Nilo, ha ordinato 15 giorni di custodia cautelare per l’attivista. Su Zaki pendeva un mandato di cattura nel 2019, del quale non era a conoscenza. Il 27enne aveva lasciato il suo Paese ad agosto 2019 per iniziare i suoi studi e questo è il suo primo rientro in Egitto da allora”.

Il ministro dell’Università – “Il mio ministero si è subito attivato insieme all’università di Bologna per ricostruire la situazione dello studente Zaky. Lo studente è stato selezionato nell’ambito di un master europeo tenuto da università di diversi paesi. Insieme al ministro Di Maio stiamo operando tramite i canali diplomatici per reperire informazioni certe e trasparenti e verificare la situazione in maniera accurata nel rispetto dei diritti della persona» ha dichiarato Gaetano Manfredi, ministro dell’Università e della Ricerca scientifica.

L’appello dei colleghi – Con l’arresto di Patrick George Zaky l’Egitto “mostra una volta di più la spietatezza della sua dittatura. Si tratta dell’ennesimo schiaffo che il nostro Paese riceve da un regime disumano e rappresenta un’ulteriore dimostrazione che l’Egitto non ha intenzione di collaborare con l’Italia per fare finalmente chiarezza sulla tragica fine di Giulio; e anzi si accanisce contro chiunque solidarizzi o si avvicini alla storia di Giulio Regeni”. Lo scrivono Adi, associazione dei dottorandi e dottori di ricerca in Italia, gli studenti del Master Gemma di Bologna che Patrick frequentava, Link Coordinamento Universitario e Alessandra Ballerini, legale della famiglia Regeni. Un appello in cui si chiede verità non solo per Giulio, il ricercatore italiano torturato e ucciso nel 2016 al Cairo, ma anche per Patrick. “Uniamo la nostra voce a quella della famiglia Regeni nel chiedere al governo di inserire l’Egitto nella lista dei Paesi non sicuri e di richiamare l’ambasciatore italiano in Egitto per consultazioni”.