È vero, Zingaretti porta a casa un buon risultato, lo ha riconosciuto anche Matteo Renzi. Anche se adesso giustamente si inizia a fare le pulci ai voti e il successo non è poi così netto. Finita la sbornia post elettorale, il segretario del Pd deve affrontare non pochi nodi, a partire dal fatto – come si evince dai dati dell’Istituto Cattaneo – che metà degli elettori Pd, molto probabilmente il suo zoccolo duro, hanno votato No al referendum. Sono stati loro, quelli che hanno fermato l’avanzata della Lega, che hanno fatto da argine anche all’onda populista dei 5 stelle e che di antipolitica ne hanno le scatole piene.

Ieri Zingaretti non ha chiesto il rimpasto, come si vociferava prima della tornata elettorale qualora fosse finita 3 a 3, ha chiesto però un rilancio dell’agenda di governo, mettendo finalmente sul tavolo anche la modifica dei decreti sicurezza, il lascito più pesante e più di destra del Conte uno, che i 5 stelle a parole dicono di voler modificare ma che nei fatti non hanno alcun interesse a toccare visto che corrisponde perfettamente alle loro idee. Ma la loro sconfitta è talmente pesante che devono per forza cedere alle richieste del Pd, sempre che il Pd voglia davvero andare fino in fondo. È arrivato cioè il momento di scegliere per i dem se restare o meno ancorati a un’alleanza che fa perdere. In Liguria, dove Pd e grillini sostenevano lo stesso candidato, la sconfitta contro il centrodestra è stata schiacciante. Ha invece vinto Giani contro l’armata della Lega che puntava a conquistare la Toscana. Un riformista, vicino a Renzi, per alcuni anche troppo vicino, che va da un’altra parte rispetto al patto politico con un movimento sconfitto e diviso al suo interno. Ieri Alessandro Di Battista ha lanciato il siluro: è stata la più grande sconfitta della storia dei 5 stelle. Altro che giornata storica come ha provato a far passare il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, usando il referendum per coprire la frana elettorale.

Eugenio Giani si va ad aggiungere alla lista di amministratori riformisti che oggi sono il volto vincente dei dem. Bonaccini, Gori, Sala e i fuoriclasse alla De Luca. Sono loro che vincono, sono questi i volti di un centrosinistra che può battere il centrodestra. Ma lo fanno lontano da ogni tentazione di finire nelle sabbie grilline, in quella poltiglia dell’antipolitica e del giustizialismo. Potrebbero essere loro a fare da ponte per un ritorno di Renzi e Calenda dentro un unico contenitore. Ma appunto si deve scegliere. Se stare con l’onda lunga degli amministratori che vincono e vogliono rinnovare il Paese o se essere la scialuppa di salvataggio dei Cinque stelle. Subito dopo la vittoria in Toscana e Puglia, Zingaretti sembrava ancora convinto che la strada a cinque stelle fosse la migliore. Ha detto, contro ogni dato di fatto, che se si fossero alleati in tutte le regioni al voto, la vittoria sarebbe stata ancora più schiacciante. Lo ha detto dimenticando la Liguria e il profilo dei candidati vittoriosi. Una dimenticanza? No, una forte ambiguità di chi ancora non ha capito che la spinta propulsiva dei grillini è finita e con loro, che la hanno rappresentata al meglio, sta iniziando a incrinarsi quel populismo che ha tenuto banco per decenni bloccando di fatto il rilancio del Paese.

Zingaretti può voltare pagina. E per farlo deve imporre la sua agenda al governo, a partire dai decreti sicurezza e dalla giustizia. Il Pd, che esce più forte dalla tornata elettorale, deve dire basta all’approssimazione e alle proposte folli di un ministro come Alfonso Bonafede. Ha tutte le carte in regola per farlo. Almeno che non sia convinto che la proposta di riforma della giustizia sia condivisibile. Ma non è così. I dem hanno mal digerito le sparate del Guardasigilli e oggi possono chiedere una marcia indietro. Il tema della giustizia, nell’equilibrio del rapporto tra i poteri dello Stato, non può essere lasciato fuori da una rinegoziazione dell’agenda di governo. Migranti e giustizia: su questi due poli ha vinto il populismo. Puntando su questi due poli si può dare la spallata al populismo. Ma lo si vuole davvero fare?