Il suo è un lucido, appassionato j’accuse contro quell’antipolitica che oggi imbraccia il taglio dei parlamentari per scardinare ulteriormente la democrazia parlamentare. C’è questo e molto altro ancora, nell’intervista che Claudio Martelli ha concesso a Il Riformista. Considerazioni che nascono anche dal suo intenso vissuto politico: Ministro di Grazia e Giustizia dal febbraio del 1991 al febbraio 1993, vice presidente del Consiglio, esponente di primo piano del Partito socialista italiano, dei Socialisti democratici italiani e del Nuovo Psi, ed oggi direttore dell’Avanti.

Qual è la vera posta politica nel referendum sul taglio del numero dei parlamentari?
Dal punto di vista ideologico, è una vittoria dell’antipolitica. Ma forse parlare di antipolitica è troppo impreciso. Diciamo meglio: è la vittoria della contestazione della democrazia parlamentare. Si preannuncia dunque una vittoria populista. Questo dal punto di vista ideologico. È uno schiaffo alla democrazia repubblicana, alla Costituzione come è stata concepita, ed è una ulteriore incisione che taglia quasi definitivamente il rapporto tra elettori ed eletti. Sia chiaro: come ho ribadito più volte, anche di recente, la riduzione del numero dei parlamentari in sé non è un gran tema. Mi ricorda un po’ il referendum sulla preferenza unica. Anche quello era uno schiaffo simbolico ai partiti e alla possibilità che gli stessi candidati si mettessero d’accordo e si sostenessero a vicenda. Ma quello che Mario Segni, il promotore di quel referendum, intendeva colpire era la struttura dei partiti. Perché con la preferenza unica distruggeva quelle forme di solidarietà tra candidati e quindi tra gruppi, tra correnti che erano il cemento dei partiti. E, infatti, da quel momento in poi i partiti si sono proprio slabbrati. Perché se ognuno corre solo per sé e contro tutti gli altri suoi compagni di lista, finisce qualunque forma di comunitarismo nella vita interna, anche se fondata sull’interesse, poco importa, era pur sempre un principio comunitario, associativo, solidale. Oggi accade la stessa cosa. È una battaglia fondamentalmente di natura simbolica, ma i simboli in politica sono importantissimi, talvolta più della realtà. Non è che vengono colpiti i partiti, qui viene colpito il fondamento della democrazia rappresentativa, cioè la possibilità che i territori esprimano i loro rappresentanti.

Perché avverrebbe questo?
Perché più si estende la base elettorale, in assenza di legame con il territorio, che è dato dal fatto che i cittadini possono o votare il loro candidato, come accade col sistema uninominale, o sceglierselo all’interno di una lista di partito, come accade con le preferenze, se non c’è nessuno di questi due correttivi nella legge elettorale, allora siamo alla distruzione dei fondamenti della democrazia rappresentativa, o quanto meno ad una lesione gravissima. E qui nasce un paradosso davvero insopportabile…

Vale a dire?
In questi trent’anni di seconda, terza Repubblica, tutte le varie campagne che si sono fatte, dalla preferenza unica fino a questo referendum contro la democrazia dei partiti, hanno avuto come effetto di consegnare tutto il potere alle oligarchie dei partiti! L’esatto contrario di quello che si promette ai cittadini. Perché il segretario o la segretaria dei partiti, dei movimenti o di quant’altro, saranno totalmente arbitri della scelta dei candidati. Ogni capo partito nomina i suoi eletti. Questo è il sistema che viene fuori: più si riduce il numero dei parlamentari, più questo compito è facilitato.

In questo quadro, come ti spieghi la decisione del Partito Democratico di sostenere il “Sì” al referendum. Di cosa è il frutto?
È il frutto di tutte le sue contraddizioni. Un partito che per tre volte in Parlamento vota no e poi si piega al diktat dei 5Stelle, che era la condizione per fare il Governo, è un partito che si vuole male. Io avrei voluto assistere alla discussione su questo punto: chi era più interessato a fare il Governo nell’agosto scorso erano i 5Stelle. Ma il Pd era talmente sollevato e talmente felice di tornare al Governo anziché affrontare una campagna elettorale, certamente in condizioni di grande difficoltà, e talmente terrorizzato da una vittoria di Salvini, e non a torto, perché l’argomento politico di evitare il voto in quel momento era un argomento di autodifesa, e come in tutte le cose della vita, anche nella politica il principio di autoconservazione è il più forte di tutti, e come insegna il buon Machiavelli gli uomini si governano molto più con la paura che con l’amore. Ed è stato così anche in quella circostanza. Questo, però, non toglie che sia stato compiuto, allora, un errore grave. In un braccio di ferro, secondo me, un anno fa i 5Stelle avrebbero ceduto perché di andare al voto avevano più paura del PD. Un altro errore gravissimo, se vogliamo entrare nel merito, è stato quello di accettare la fine della prescrizione. Anche quello è un errore di portata catastrofica come l’abuso delle intercettazioni.

Perché?
Perché le conseguenze non si sono ancora viste ma sono di natura sistemica. È l’applicazione di quella follia talebana secondo la quale la quale ai magistrati spetta “il controllo di legalità”. Questo è un abuso totale, perché ai magistrati del pubblico ministero spetta di indagare su presunti reati, quando si abbiano notizie di reato serie, e ai giudici di valutare le prove dell’accusa e gli argomenti della difesa, dunque ai magistrati spetta di reprimere l’illegalità cioè reati già compiuti, non di controllare preventivamente il comportamento di tutti. Il controllo di legalità è un potere senza limiti, senza misura, senza confini. Tutti siamo sottoposti, potenzialmente, ad intercettazioni, perché sono strumenti dell’indagine, estesa, peraltro, non soltanto ai più gravi reati, mafia, terrorismo, pedofilia, ma ormai anche a peculato e a reati contro la pubblica amministrazione. E reati contro la pubblica amministrazione li può compiere anche quello che chiede una raccomandazione. Insomma, si può arrivare a degli abusi pazzeschi in questa materia. Queste mi sembrano le due più gravi responsabilità che il PD si è assunto in questo anno, con dei cedimenti su questioni che non sono solo di principio. Sono questioni politiche di prima grandezza. Devi essere proprio a rischio di vita per negoziare su principi di questa portata, ti devono mettere il coltello alla gola e non mi sembra che quella fosse la situazione. C’è una evidente debolezza di leadership nel PD. E non è che la colpa sia solo di Zingaretti, è ben più vasta la responsabilità e coinvolge parecchie persone.

Per lunghissimo tempo la nostra democrazia ha avuto nel sistema dei partiti un suo punto di forza, anche costituzionalmente definito…
No, qui ti devo fermare. Perché è costituzionalmente indefinito. La Costituzione rimanda ad una legge ordinaria la definizione degli statuti dei partiti che devono ispirarsi ai principi democratici. Cosa che non è mai stata fatta. La nostra Costituzione è molto nobile nei principi generali, tuttavia qui non sono d’accordo con il mio amico Formica, perché capisco la difesa della Costituzione in questi frangenti, ma continuiamo a difendere una Costituzione che è monca, è silente, è reticente in tutta la seconda parte, quando cioè si tratta di definire i poteri dello Stato e i rapporti tra i poteri dello Stato. I partiti diventano arbitri di fatto, perché le istituzioni disegnate nella seconda parte della Costituzione, sono debolissime. È debole un Parlamento malato di assemblearismo, e debolissimo l’Esecutivo, perché la guida, il presidente del Consiglio, coordina, ispira l’attività del Governo ma non ha nessun potere reale di iniziativa: il potere è affidato ai singoli ministri. E non è dunque un caso che tutta questa seconda parte è stata quella oggetto di tentativi di riforma, da Craxi a Berlusconi, agli stessi Ds con la riforma dell’articolo V, quello che concerne il sistema delle autonomie, da cui è uscito un compromesso che genera continuamente conflitti e contenziosi tra Regioni e Stato. Guardiamo a ciò che è accaduto con la pandemia: quando c’è una questione seria, ecco che insorge un problema, perché i poteri sono mal definiti tra Stato e Regioni. La clausola di supremazia che era prevista da Renzi, è caduta insieme a tutta la riforma costituzionale che era disegnata male ma che comunque era una riforma che aveva una sua consistenza. Questo è invece una specie di mordi e fuggi, infliggono un colpo ma infischiandosene altamente delle conseguenze di sistema. La sinistra, in tutte le sue articolazioni politiche, è sempre stata vista come la parte che difendeva i principi ispiratori della Costituzione e della democrazia parlamentare. Ma c’è ancora qualcosa di sinistra in questo strano panorama politico italiano? Ci siamo noi. Ci sono i socialisti, c’è l’Avanti. I socialisti non sono solo nel Psi. Ci sono socialisti nel PD, ci sono amici dei socialisti in Forza Italia, in Azione di Calenda, forse anche in Italia Viva…

Perché quel forse?
Ho letto un lungo saggio di Marattin, bello, intelligente, però era un manifesto liberale. Nulla da dire: io sono un socialista liberale, però quella è una parte del problema. Certo, se tu disegni un progetto di natura fondamentalmente tecnocratico- liberale, quello che Branko Milanovic chiama “il capitalismo meritocratico e liberale”, non c’è dubbio che dà una grande spinta alla modernizzazione, ma quante vittime farà questo tipo di modernizzazione? Ecco, un socialista non solo si preoccupa delle conseguenze sociali della modernizzazione, ma un socialista ragiona e lavora a partire da un principio che io non vedo riconosciuto abbastanza nel PD e dintorni…

Qual è questo principio?
Il principio che l’equità, la giustizia sociale, la moltiplicazione delle opportunità, la formazione del capitale umano, è fattore di sviluppo economico, non è solo un fattore di progresso sociale. L’equità genera dinamismo. Se tu metti più gente a studiare e a lavorare, li avvii al lavoro, li formi nel lavoro, tu produci sviluppo economico.

Alla luce di queste riflessioni, una persona con la tua storia, con il tuo bagaglio politico e culturale, come vive una situazione nella quale a dettare la linea sono quelli dell’uno vale uno?
Uno vale uno è il principio dello Stato di diritto. Siamo tutti uguali davanti alla legge. Non c’è uno più uguale degli altri. L’eguaglianza dei diritti è un principio del cristianesimo – siamo tutti uguali davanti a Dio – e della civiltà borghese, non è un principio del socialismo. Il socialismo constata che senza creare almeno una tendenziale redistribuzione delle risorse e moltiplicazione delle opportunità, non è vero che uno vale uno, finisce che c’è tanta gente che vale meno di uno. Invece che cosa sostengono i 5 Stelle? Sostengono che su qualunque argomento conta l’opinione della maggioranza. Ora questa è una lesione totale non solo alla civiltà liberale, ma alla ragionevolezza umana! Con questa logica, allora bisogna votare anche i vaccini, o bisogna votare la competenza nel costruire ponti e nelle operazioni chirurgiche o si può, con una votazione, cancellare un contratto tra parti private. Questa è una follia. Questa è demagogia, che non c’entra nulla con l’uno è uguale a uno. Declinata in questa maniera è una cantilena stonata. Questo è il mestiere che da secoli e secoli, almeno dalla democrazia ateniese in poi, fanno i demagoghi. I demagoghi sono quelli che adulano il popolo, quelli che spiegano a chi non sa: ma tu vali tanto quanto quello che sa. Questo è vero, se siamo di fronte a diritti, non è vero se siamo di fronte a scelte in cui contano le capacità, la competenza. E per scegliere in ogni singola materia, ci vuole la competenza, lo studio, la preparazione, e questa non è questione che si sottopone ai voti, sennò si torna al 6 politico. Quello che è successo quest’anno con la pandemia. Siamo l’unico Paese al mondo in cui si sono chiuse le scuole e tutti promossi. Si è detto, si fa l’insegnamento a distanza, ma nessuno si è dato la minima briga di valutare il risultato di questo insegnamento a distanza. E i ragazzi che non avevano un computer o un telefonino? Si può pure sostenere l’insegnamento a distanza, ma bisogna saperlo fare. E allora devi portare la connessione in tutte le case d’Italia, e devi dotare ogni famiglia almeno di un computer, di un telefonino o che so io, perché sennò siamo alle solite grida manzoniane, cioè tu imponi un principio che non si può applicare. Era come quando si diceva mettetevi la mascherina e le mascherine non c’erano. Questa è un’altra cosa ripugnante della demagogia, che illude e si illude di risolvere i problemi con le grida manzoniane, con le carte. Io temo che da questa ventata di populismo uscirà rafforzata la burocrazia più inefficiente e più incapace, proprio perché si sono aboliti o si tende ad abolire i criteri meritocratici. E avremmo così un personale politico senza arte ne parte prigioniero dell’inefficienza burocratica, esattamente il modello della giunta della signora Raggi.