«La libertà di voto non te la danno, te la prendi perché è un diritto previsto dalla Costituzione…». Il senatore dem con incarico di governo non vive con grande attesa la Direzione Pd convocata dal segretario lunedì prossimo con all’ordine del giorno il referendum sul taglio dei parlamentari. «Il segretario ha già detto e spiegato qual è la posizione del partito, ha issato la bandiera del cantiere delle riforme che francamente lascia molto perplessi. Saranno molto importanti i toni perché poi ognuno di noi sa cosa fare». Del resto, come aggiunge una senatrice che solca il mini transatlantico del Senato, «nel segreto dell’urna Dio vede, ma Stalin no». Guareschi fa sempre comodo in certi casi disperati. E questo della vigilia di un referendum costituzionale su una riforma che a sinistra e al centro pochi vogliono, certamente lo è.

Il pasticciaccio del referendum. Proprio non ci voleva insieme ad un voto, le regionali, su cui il Pd dovrebbe invece concentrare le risorse. Perché lo scenario, oggi almeno, non è confortante per il segretario dem: rischia di perdere le regionali; perde sicuramente il referendum perché la vittoria del Sì premierà uno e uno solo, Luigi Di Maio; rischia anche di deludere un pezzo importante di elettorato, dalla Cgil all’Anpi passando per le Sardine, alcuni giornaloni e parecchi giornalini, un pezzo importante dell’elettorato di centrosinistra dice che questa non è una riforma ma, “una cessione pericolosa all’antipolitica grillina” e “un taglio che danneggia gli elettori e non gli eletti”. La conferma di quella subalternità che il Pd non sarebbe stato capace di togliersi di dosso in un anno di governo con i 5 Stelle. Non caso per tre volte il Pd aveva votato no a questa riforma.

Lunedì la Direzione aiuterà a capire come diavolo il Nazareno si sia infilato in questo cul de sac. Qualcuno un’idea se l’è già fatta, ad esempio deputati e senatori della corrente di Matteo Orfini. Ieri Augusto Minzolini su Il Giornale riportava un gustoso scampolo di politica declinata con i personaggi di Walt Disney. E se Brunetta (FI) paragona Conte a Gastone, l’orfiniano Fausto Raciti è andato oltre: «Il problema è che noi abbiamo Zingaretti-Paperino. Solo che a differenza di Paperino, Nicola non è sfortunato, lui gli spigoli dove sbattere le testa se li va proprio a cercare». Sdegno al Nazareno. Ma è pensiero comune che «il segretario non ne ha azzeccata mezza». Tutti ricordano che è stato lui a “politicizzare il voto”: «Chi vota no indebolisce governo e Pd». Da allora il No ha iniziato a crescere nei sondaggi. Ora sta al 30%.

Ma andiamo a lunedì. Zingaretti cercherà di ridurre il danno in corso. Il suo sarà soprattutto “un appello al Sì” ma non potrà lasciare esplicitamente quella libertà di voto auspicata da molti e più di tutti da Base Riformista, la corrente degli ex renziani che hanno sofferto la stagione della subalternità ai 5 Stelle. Sarà molto attento a non drammatizzare, meno che mai a “militarizzare” il voto in nome della disciplina di partito.

Dovrà piuttosto spiegare che accettare il patto con i 5 Stelle sul taglio dei parlamentari non è stato solo un compromesso per far partire il governo giallorosso ed evitare le urne. Zingaretti spiegherà che “il Sì al taglio dei parlamentari è legato ad una nuova stagione di riforme” perché il Pd è “il partito dei riformisti”. Dirà che “alzare la voce è servito”: il 28 va in aula alla Camera la nuova legge elettorale proporzionale con lo sbarramento al 5%, tra Camera e Senato sono stati incardinati quei correttivi costituzionali che fanno parte dell’accordo con i 5 Stelle. Che “le riforme vere, condivise si fanno così, un pezzo alla volta, che tanto la legislatura ha tre anni di tempo per farle”.

Anche Franceschini, silente da settimane, darà indicazioni per il Sì. «Ma tanto noi voteremo tutti no» dice una deputata fedelissima del ministro che ha sempre la maggioranza con ogni segreteria. Ecco, si scriverà “Sì” ma si leggerà “fate come credete”. Che tanto poi è tutto a distanza e lo streaming in questi casi aiuta. Evita le conte finali e i faccia a faccia ultimativi. Favorisce le assenze, il “non sento” e il sempre utile “utente scollegato”. Colpa della banda larga che non c’è.