Definisce una “vergogna” il fatto che il Partito Democratico non abbia dato indicazione di libertà di voto al referendum del 20 settembre. E poi rilancia e motiva, nell’intervista concessa a Il Riformista, la sua convinzione che “chi vuole dare forza alla sinistra deve votare No”. Emanuele Macaluso, grande vecchio della sinistra, mantiene intatte energia, lucidità, passione politica che l’hanno guidato in tutta la sua lunghissima esperienza politica. Una esperienza che ha attraversato il secolo scorso e si proietta, con articoli e riflessioni che lasciano ancora oggi il segno, ai giorni nostri: la Sicilia dei braccianti, (fu lui a parlare a Portella della Ginestra il Primo Maggio del 1948, l’anno dopo la strage mafiosa, e l’anno scorso, a 95 anni è voluto tornare a parlare nel luogo dove la banda di Salvatore Giuliano sparò contro la folla uccidendo 11 persone), Togliatti che lo chiamò a Roma, la Guerra Fredda, la direzione dell’Unità ai tempi di Enrico Berlinguer, una vita assieme a Giorgio Napolitano nella corrente migliorista. Ed oggi, con la stessa determinazione che l’ha guidato in tutta la sua lunga e ricca vita politica, combatte l’ennesima battaglia.

Mancano ormai pochi giorni al referendum sul taglio del numero dei parlamentari. In attesa del riscontro delle urne, è già possibile fare un bilancio politico della campagna referendaria. Qual è il tuo giudizio in merito?
È stata una chiamata al referendum senza battaglia politica. Perché la battaglia politica non la fa il Pd, che tra l’altro vota “Sì”. La battaglia politica non la fanno certo i grillini, che votano “Sì”. La battaglia politica la fanno, diciamo così, le persone. Mi piace molto il fatto che i Radicali votino “No”. Ma poi tante personalità votano “No”. E questa è una competizione interessante con un partito, il Pd, che non ha mai avuto una linea politica chiara e che si schiera così inopinatamente per il “Sì”. Vedremo come andrà a finire. Io vedo che il “No” è popolare tra tante personalità, tra tante donne e uomini che non hanno mai parteggiato per l’uno o per l’altro. Io sono fiducioso. Fiducioso e lasciami aggiungere indignato verso un Partito Democratico che si schiera con il “Sì” senza lasciare libertà di voto almeno ai propri aderenti. Il “No” può anche vincere.

Tu non hai mai aderito al Pd: però un tratto della tua storia politica è stato quello di cercare sempre le ragioni dell’unità su quelle delle divisioni a sinistra. E hai sostenuto che un’alternativa senza il Pd era difficile da pensare e ancor più da realizzare. Alla luce di queste tue convinzioni, quanto ti ha stupito o amareggiato la decisione finale assunta dal Pd, nella sua recente Direzione, di sostenere il “Sì”?
Non è un caso che io non abbia aderito al Pd. Perché lo consideravo una formazione politicamente e culturalmente equivoca. Non era la sinistra, non era la destra, era un centrismo equivoco e per questo io non ho aderito assolutamente e su questo ho scritto anche un libro. Io ritengo che oggi il “No” abbia una sua logica e una sua validità perché si identifica con la difesa del Parlamento. Perché quella del Movimento 5 Stelle, che si è presentato con i suoi “vaffa” e i cartelli “tagliamo le poltrone”, è una vocazione anti-parlamentare. L’ho scritto e lo ripeto qui: il M5s è nato ed è cresciuto propagandando la balla della democrazia diretta che non si capisce cosa è se non il fatto che non è democrazia. Nel tempo hanno cercato di articolare questa posizione, anche perché le “poltrone”, soprattutto quelle governative, non sono sembrate loro poi così scomode. Ma per quanto edulcorata, quella democrazia che non è democrazia resta nel dna del Movimento, ne è un tratto identitario fondativo. A questo bisogna oggi reagire e per reagire, ne sono fermamente convinto, bisogna votare “No”. E bisogna farlo anche per un’altra ragione…

Quale?
Votare “No” serve a rafforzare la sinistra. Perché dietro quel “No” ci sono quei valori, quei principi, a cominciare dalla difesa della centralità della democrazia parlamentare, che sono patrimonio delle grandi forze della sinistra italiana, come è stato il Pci, che ha sempre guardato, con alterni risultati certo ma lo ha sempre fatto, all’interesse nazionale. Quel “No” è un “Sì” grande come una casa per la difesa di quella Costituzione nata dalla lotta antifascista e difesa dalle masse popolari nei momenti più bui della storia della Repubblica. Dietro al “No” c’è una idea di democrazia rappresentativa che non sacrifica, per ragioni di “efficienza” peraltro tutte da dimostrare, il rapporto con i territori. La forza del “No” non risiede nella difesa dell’attuale numero dei parlamentari, che in sé sarebbe poca cosa, ma ha assunto una valenza molto ma molto più grande: la difesa del Parlamento e della cultura politica che distingue chi ha come bussola politica la Costituzione. Ed è incoraggiante vedere che siamo in tanti a pensarla così.

In una intervista a questo giornale, una persona che ti è stata molto vicina ai tempi del Pci, Gianni Cervetti, ricordando quella storia, ha affermato che quelli erano gli anni, ed era un partito, in cui anche personalità forti e molto distanti tra loro, come Giorgio Amendola e Pietro Ingrao, pur difendendo con passione le proprie idee erano sempre attenti alla ricerca di un punto di unità e di sintesi. Oggi, invece?
Il Pci era un partito, un grande partito, che aveva una storia, una tradizione, che aveva radici profonde nel popolo. Anche la Dc aveva questo profilo di partito popolare. Oggi tutto questo non c’è più. Tutto è giocato sulle impressioni e i tornaconti del momento, senza un retroterra e senza radici. Un partito è tale se ha una vita democratica, partecipativa, al proprio interno. Se c’è un coinvolgimento reale degli iscritti nella determinazione di grandi scelte politiche. Mi chiedo e chiedo a Nicola Zingaretti che del Pd è il segretario nazionale: perché non è stata fatta una consultazione tra gli iscritti per determinare il “Sì” o il “No” al referendum? Di cosa si aveva paura? Di scoprire che negli iscritti al partito le ragioni del “No” avevano fatto presa? Che la necessità di tenere in vita questo governo non vale lo sfregio della Costituzione? Ma la paura in politica non è mai buona consigliera. Lasciami aggiungere che nella storia repubblicana, il Parlamento ha avuto due figure di altissimo profilo politico e istituzionale come presidenti della Camera: Nilde Iotti e Pietro Ingrao. Erano stati due dirigenti di primo piano del Pci che prima come tali e poi come presidenti della Camera hanno sempre difeso ed esaltato la centralità nella vita del Paese della democrazia parlamentare. Richiamarli oggi per difendere il “Sì” mi pare davvero fuori luogo, e mi fermo qui…

Senza retroterra e senza radici, hai detto. E senza neanche un pensiero. Uno dei pochi luoghi dove c’è ancora un tentativo di ragionare su una politica alta, è Ragioni del socialismo, la rivista di cui sei ancora direttore. Non mancano a sinistra anche luoghi di riflessione?
Hai perfettamente ragione. Non c’è dubbio che il Pd non ha non dico un quotidiano, ma almeno un foglio, un settimanale, nulla, non ha niente. È un partito dove il dibattito non c’è. E non ci sono neanche gli strumenti per organizzare un dibattito ampio, aperto, leale. È una mutilazione della politica.

Tu ne sai qualcosa, essendo stato un grande direttore de l’Unità, un giornale che è stato “ucciso” tre volte…
L’Unità aveva una grande storia alle spalle. Ed è stato un giornale di combattimento politico, non era un giornale di cronaca. Era un giornale che aveva una linea politica e una sua combattività che lo portava a confrontarsi, senza soggezione, con altri grandi giornali. Basta rileggere le polemiche fatte da l’Unità con il Corriere della Sera, con la Repubblica di Scalfari. Era un centro di riflessione politica e di lotta politica, perché la lotta politica è il sangue della politica.

Per tornare all’appuntamento referendario. Tu hai sottolineato l’importanza di questi segnali che vengono dalla società civile, da personalità intellettuali. C’è dunque ancora una speranza di poter ricostruire qualcosa di nuovo in una ottica progressista, democratica e di sinistra?
Ad oggi, per quel che vedo, è solo una speranza. Non mi pare che ci siano iniziative e forze impegnate per la costruzione di questa realtà. Purtroppo è così. Oggi la politica è molto liquida.

In una precedente nostra conversazione su questo giornale, si era ragionato anche su quel “virus” del governismo che sembra aver pervaso il Pd. Ma la motivazione di votare “Sì” perché altrimenti crollerebbe questa maggioranza e questo governo, può essere un elemento forte, motivante, di una indicazione di voto?
No, non lo è. Ed io ritengo che questa posizione indebolirà il Pd. Perché è chiaramente una posizione subordinata al Movimento 5 Stelle. È una posizione subalterna, non solo politicamente ma, e per certi versi questo è ancora più grave, culturalmente. È come se il Pd avesse subito l’egemonia culturale, anche se questo termine può apparire sproporzionato visti i soggetti in questione, dei grillini e della loro idea di democrazia-non democrazia, che vede nel Parlamento un qualcosa di obsoleto, e non certo per la quantità dei deputati e senatori. Un certo populismo si nutre dell’antiparlamentarismo. E per quanti sforzi faccia Zingaretti, la vittoria del “Sì” avrebbe questa impronta culturale e politica.

Si guarda al 20-21 settembre come se si votasse solo per il referendum sul taglio dei parlamentari. Ma il 20 si vota anche in 6 Regioni, e una di questa è la Toscana, governata praticamente da sempre dalla sinistra. Ma l’aria che tira non è delle migliori, e il rischio che la Toscana passi di mano non sembra più fantapolitica.
Spero di no. Spero che le radici politiche, culturali, storiche della Toscana si difendano e reagiscano, autonomamente. Io spero e penso che ci sarà una reazione alla destra.