A meno che si verifichino fatti nuovi ed eclatanti è evidente che un mese di tribune referendarie, con risposte da un minuto e gong finale, non potranno mai recuperare due anni di propaganda che fanno seguito a cinque di antipolitica anticasta da parte dei media, a cominciare da quelli del servizio pubblico. Anni nei quali i monologhi senza contraddittorio, a volte nemmeno quello del giornalista, hanno cancellato confronti, dibattiti e approfondimenti. Sulla base di queste considerazioni nella notte di lunedì 21 settembre dovremmo assistere a un plebiscito a favore della riduzione del numero dei parlamentari, ma non è escluso che vi possa essere un rovesciamento del risultato sulla base di diverse variabili, dal peso dei votanti nelle regioni dove ci sono le elezioni regionali, al peso del voto estero, al numero di coloro che alla fine andranno a votare.

Non è la prima volta che il Parlamento rinuncia masochisticamente – e in modo così eclatante – alla difesa delle proprie prerogative e alla difesa dello Stato di diritto: è già accaduto intorno agli anni ’90. Prima, sul referendum Tortora per la giustizia giusta – promosso dai partiti Liberale, Radicale e Socialista – per introdurre la responsabilità civile dei magistrati (votanti 65,11%, SI 20.770.334 pari all’80,21%.) voto tradito reintroducendo l’immunità e ripristinando il codice a come era prima del referendum. Successivamente, durante la stagione di tangentopoli, quando il Parlamento mise frettolosamente mano alla riforma delle immunità parlamentari. Con questi atti, che fanno parte di una serie di cedimenti, il Parlamento sta facendo crollare un fondamentale dello Stato di diritto: la separazione dei poteri.

Noi che stiamo con Montesquieu (e non con Rousseau) non possiamo non registrare che il potere parlamentare è sotto attacco da parte del Parlamento. Del potere giudiziario abbiamo già detto, del potere esecutivo che ormai ha preso il sopravvento su quello legislativo bastino i decreti omnibus e i voti di fiducia a go-go. Il Parlamento (e non solo) non ha mai preso in considerazione, e poi definitivamente dimenticato, il richiamo del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che lamentava che la scelta di sottoporre per la promulgazione al presidente della Repubblica un decreto in prossimità della scadenza, non consente al capo dello Stato l’esercizio dei poteri di garanzia che la Costituzione ha previsto per la prima carica dello Stato. Ricordiamo che è al Presidente della Repubblica che la carta costituzionale affida il compito di verificare i requisiti di necessità e urgenza, così come di valutare se intervengano oneri aggiuntivi. Ringraziamo il Riformista e Piero Sansonetti per averci ospitato e dato la possibilità di approfondire adeguatamente il tema del referendum per rivedere la decisione di amputare il Parlamento da parte del Parlamento.

In quel po’ di dibattito pubblico che comincia ad esserci, spesso fuggono all’analisi gli “atti preparatori” di questo referendum. Che non sono le ragioni di chi si è accodato ai proponenti ma le ragioni dei proponenti, cioè del Movimento 5 Stelle. Dovremmo riascoltare i comizi di Grillo da Santoro (con quest’ultimo che nel dicembre scorso riteneva che il primo «qualche debituccio, a essere onesti, dovrebbe sapere di averlo»), i comizi di Grillo a reti unificate convocati nelle e rileggere i programmi elettorali dei Cinque Stelle. Insomma, arrendersi all’evidenza dei fatti: il taglio dei parlamentari è uno dei tre capisaldi dei pentastellati, nella logica del superamento della democrazia rappresentativa, insieme all’affermazione del vincolo del mandato dei parlamentari e la riduzione dei loro emolumenti. In altre parole, il Movimento 5 Stelle sta disegnando un Parlamento fatto di poche persone, dipendenti dalle oligarchie di ciò che resta dei partiti, sia al momento della candidatura che nel corso della legislatura e con emolumenti tali da non consentirgli di avere una attività politica.

Quando non erano al parlamento inseguivano i parlamentari ricordandogli che erano dipendenti del popolo e non dei partiti, oggi che i parlamentari sono loro pretendono di essere dipendenti dal partito e non del popolo. E non ci soffermiamo su tutte le proposte moralizzatrici che facevano quando erano fuori dal Parlamento e che, come tutti i moralisti, hanno smentito quando avrebbero dovuto attuarle.
Per concludere, nel nostro No prevale la ragione politica: è in corso un assestamento del regime italiano attraverso il riposizionamento del Movimento 5 Stelle e del Partito Democratico. Gli uni e gli altri a rivedere le loro ragioni costitutive. Il PD era fondato sul bipolarismo, il maggioritario e l’uninominale, o no?

Il No è un voto politico che non mira a far cadere il governo, o a mantenerlo in piedi, ma mira a lasciarsi spazi per riformare la Costituzione. Prima che finisca com’è finita con la riforma del Titolo V, allora voluta in fretta e furia dal (P)DS per inseguire la Lega, riforma che da tempo è oggetto di critiche ma che risulta praticamente impossibile rivedere. Oggi forse risulta più chiaro quello che veniva considerato un delirio di Marco Pannella: “Non c’è differenza antropologica tra destra e sinistra, anche se questo non significa che siano uguali. Sessant’anni di partitocrazia antifascista, venuti dopo venti di partitocrazia fascista, sono la metamorfosi del male”.