Ottimismo della volontà, tra i parlamentari del Comitato per il No al referendum. Deborah Bergamini riunisce una nutrita rappresentanza davanti ai giornalisti, maestro di cerimonie il deputato azzurro Simone Baldelli. Ci sono Renato Brunetta e Roberto Giachetti che scaldano subito i toni, Nazario Pagano, il radicale Riccardo Magi, i dem Tommaso Nannicini e Fausto Raciti. E i senatori schierati sul fronte del No, tra cui Andrea Cangini, Raffaele Fantetti e Lucio Malan. «Sta succedendo qualcosa di importante e inaspettato», debutta Andrea Cangini, già direttore del Qn. «Tra le persone, fuori dai Palazzi. Quando abbiamo raccolto le firme del referendum, eravamo con i Sì al 90%, i No al 10%. Ora secondo le rilevazioni di D’Alimonte nelle regioni in cui si vota, i No sono arrivati al 40%. Tanti italiani stanno capendo che questa non è una riforma che rende il Parlamento più efficiente e che la rappresentatività subirà un danno».

I numeri contano, in assenza di un progetto di riforma vero: il referendum del 20 e 21 settembre è solo una prova muscolare, uno stress test per il gradimento della maggioranza e soprattutto una campagna per la sopravvivenza del M5S, che lega i suoi destini al successo di un quesito definito da 200 giuristi “tanto inutile quanto dannoso”. E dunque conta andare alla conta. Se si sfiorasse anche solo il 40% di No, sarebbe una dura – inammissibile – sconfitta per il Movimento e il premier Conte. Ieri la schermaglia tra Di Maio e il premier ha fatto scintille intorno alla norma per il rinnovo dei vertici dei servizi segreti, che Crimi ha fatto pressing per ritirare. E d’altronde dentro al Movimento che qualcosa si muove. Andrea Colletti, avvocato e deputato del M5s, è contrario alla battaglia-simbolo del suo partito: «La riforma di Riccardo Fraccaro è pensata male», osa dire. Si fa coraggio anche la deputata Elisa Siragusa: «Voterò No».

Il Movimento li mette subito alla berlina e ne minaccia l’espulsione. Bergamini e Baldelli esprimono solidarietà. «Si sono comportati da uomini e donne libere, siamo solidali con loro e davvero riteniamo incredibile che in quel partito chiunque esprima un dissenso debba essere subito cancellato». Lucio Malan torna alla storia: «Mussolini ridusse il numero dei parlamentari per perseguire un suo progetto demagogico, sovranista e populista, quello di concentrare tutto il potere in un partito solo». Riprende da lì Bobo Giachetti, sempre vulcanico: «Questa riforma è una truffa nei confronti dei cittadini. Della questione costi infatti nessuno parla più, perché hanno capito ormai tutti che il risparmio è insignificante. Ma c’è un’altra truffa, quella dell’efficienza. Qualcuno dice che con meno parlamentari ci sarebbe più efficienza. Oggi la vicenda dell’apposizione della fiducia dove non ce n’era bisogno dimostra che l’efficienza è ancora lontana. L’ostruzionismo si può fare con cinquanta parlamentari. Sono altre le questioni che determinano l’efficienza del Parlamento», dice il deputato di Italia Viva. Che aggiunge: «La questione rimane quella del parlamentarismo perfetto. Con la riforma, saremo un unicum al mondo: il solo Paese ad avere due camere identiche ma separate, elette allo stesso modo, dalle stesse persone, per fare le stesse cose. Un mostro giuridico. Perché fermarsi a 400 parlamentari? Poi servirà un altro spot, arriveranno a proporne 200».

Grillo, si ricorda, ebbe la bizzarra idea di sorteggiarne qualcuno a sorte. Deborah Bergamini prova a fare la sintesi: «Il nostro sembrava un cammino controcorrente, ma siamo riusciti a rimettere al centro del dibattito un argomento: questa riforma taglia una fetta del potere di rappresentanza dei cittadini. Il Parlamento italiano sarà il meno rappresentativo d’Europa. Che si sia smosso il dibattito pubblico, è già una grande vittoria: c’è un lockdown informativo, ma piano piano gli opinion maker, i giornalisti, i costituzionalisti si stanno facendo sentire e rispettare». Poi il coup de theatre. Bergamini estrae un iPad. «Ecco il nostro testimonial, ascoltatelo, ci rimettiamo a lui». E appare l’ineffabile volto di Danilo Toninelli, sovrastato dalla folta chioma. Video del 2016. «La riforma taglierebbe un numero esiguo di parlamentari, farebbe risparmiare meno di un caffè ma limiterebbe la rappresentatività democratica», tuona. Il messaggio era diretto contro il referendum per la riforma del Senato firmata Renzi, ma le parole sembrano tagliate apposta per quello di oggi.

Parla Renato Brunetta. «Questo taglio della rappresentanza non impatta sullo stesso modo su tutto il Paese. È un taglio che impatta maggiormente sulla rappresentanza più debole: sul Sud, sulle organizzazioni più vulnerabili. L’unica lobby che funziona per il Sud è quella dei parlamentari. Se noi tagliamo questa rappresentanza, priviamo le regioni del Sud di questa capacità di farsi sentire. Chi è più forte, vincerà. I lobbisti più potenti vinceranno. I più deboli saranno ancora più deboli», dice.

E poi si rivolge al centrodestra. «I nostri leader hanno fatto l’accordo anti-inciucio. Facciano un altro accordo per il No, affinché gli elettori capiscano bene cosa fare». Il punto è che il centrodestra sul referendum gioca libero: Fratelli d’Italia rimane schierata per il Sì, la Lega per il Nì, con Giorgetti sul No e Salvini per il Sì, mentre l’endorsement informale di Berlusconi per il No rimane tutto da formalizzare. Gli interventi di Riccardo Magi, deputato di +Europa, e del dem Fausto Raciti, pungolano allo stesso modo il campo avverso. «Il Partito Democratico faccia chiarezza sulle proprie intenzioni», dicono. Con loro Matteo Orfini: «Tra 20 giorni si vota un Referendum. Il Pd non ha ancora una posizione ufficiale. La direzione per assumerla è stata convocata per il 7 settembre, 14 giorni prima del voto. Ovviamente il Referendum è fissato da mesi, la campagna elettorale è in corso, ma noi non abbiamo trovato il tempo per discuterne».