Otto gennaio 1921, Racalmuto, Agrigento. 100 anni fa, Leonardo Sciascia apparve sulla terra, in un luogo senza sbocchi sul mare, e lui un bagno non lo fece mai, restò spalle al Mediterraneo, isolato in un deserto lunare. Ed è sulla luna che immediatamente andò a vivere, lontanissimo dalla Terra eppure con la possibilità originale di scrutarne ogni suo angolo. Questa sua fortuna e sfortuna geografica lo ha reso unico, rende ancora adesso speciale e insuperata la sua voce: lui non scrive, dalle sue opere sorgono parole che appaiono malferme, azzoppate da un accento siciliano che è magia, parole semplici che sembrano dover durare la frazione del secondo e diventano cammino infinito attraverso una umanità in travaglio.

È un maestro elementare che evoca, che sa di parlare a un popolo bambino, popolo che prende dalla classe quinta e lo accompagna alla classe quarta, e ancora indietro in un curioso caso di Benjamin Button. Sciascia comprende subito che una lettura utile del mondo non passa attraverso le profezie, le intuizioni su ciò che avverrà, che Orwell sarebbe morto prima dell’84. Il mondo torna indietro a causa di un futuro arcaico, che già è passato, la rivoluzione sta tutta dentro una lingua, quella meridionale, che non conosce il futuro nei verbi: il siciliano, come il calabrese, non possono essere declinati al futuro, hanno verbi solo al presente, soprattutto al passato. Sciascia ci spiega il mondo da una prospettiva aliena, utilizzando l’intuizione lessicale del siciliano, la sua verità diventa inoppugnabile perché ha visto tutto ciò che accadrà, perché tutto già è avvenuto nella sua visione distante, sovrumana. Lui non può sbagliare perché non deve vaticinare, solo raccontare quello che ha già visto, è avvenuto. E lui che un bagno non lo ha mai fatto è il figlio perfetto del mare, il frutto di una cultura che è arrivata da lì: è Xaxa prima che Sciascia e non può vedersi altro se non arabo, in cresta a uno tsunami biblico e coranico che ha spostato le palme fino al polo nord.

Nasce figlio unico perché certe stagioni sono ripetibili solo se torni a frequentarle e non se ne cerchi di nuove: non puoi pensare di ritrovarti alunno di Vitaliano Brancati nel futuro, di essere notato e recensito da Pasolini e Calvino, di sederti accanto a Pannella, stare su una sedia insieme a Bufalino e Consolo o dare avvertimenti a Borsellino e Falcone. Devi saperlo come si appicciano i lumi per accendere una lampadina nuova. E tutto, forse, sta tornando indietro perché non ci sono più i maestri elementari, gli esseri alieni che con parole semplici, malferme, cariche di inflessioni dialettali, siano in grado di sporcarsi nel male che sorge in un deserto e appartiene al mondo. È la convinzione che il centro sia il centro del mondo che è sbagliata, è lo sguardo fisso nel futuro che acceca, priva di prospettive, di capacità di comprensione. Sciascia dimostra ancora che dall’angolo si possa vedere tutto, che si può stare dentro l’acqua vivendo tutta la vita nel cuore del deserto. Si stanno spendendo parole e parole e pagine e pagine sui 100 anni di Sciascia.

Le migliori, per chi ha avuto la fortuna di vederlo in anteprima, sono quelle contenute nel documentario di Marco Ciriello, che SkyArte manderà in onda l’8 gennaio alle 21,15; perché sono le parole di Sciascia stesso, che escono dalle bocche di Emanuele Macaluso, di Marcelle Padovani, di Fulvio Abbate, di Emma Bonino, di Giuseppe Ayala. È lo sguardo di uno scrittore alieno che si fa regista, pervicacemente fermo sulla luna, allunga ancora lo sguardo della telecamera sulla terra, fa discendere la propria parlata fra gli uomini e tiene acceso un lume che aspetta un passaggio di testimone di cui non si avvertono i passi.

E' uno scrittore italiano, autore di Anime nere libro da cui è stato tratto l'omonimo film.