Le Ragioni di Israele
A Gaza in strada contro Hamas: Pro-pal in tilt
Minacciati da Hamas, ieri diversi residenti di Gaza sono scesi in piazza per chiedere il disarmo del movimento e la ricostruzione del territorio. Una protesta che assume i tratti di una cartina di tornasole: separa chi sta con i palestinesi da chi sta con Hamas che li opprime. C’è un momento in cui le maschere cadono. Per anni, una cerchia di “giornalisti”, attivisti e influencer basati a Gaza ha dominato il discorso occidentale sul conflitto, inondando i social occidentali di immagini drammatiche, narrazioni infuocate, appelli emotivi che raccoglievano milioni di like e di dollari. Li abbiamo visti ovunque: nei podcast progressisti, nelle università americane, sui palchi delle manifestazioni europee. Voci “autentiche”, ci veniva detto. Testimoni insostituibili.
Poi qualcosa è cambiato. I gazawi stessi, quelli in carne e ossa, non quelli della narrazione, hanno cominciato a scendere in piazza per chiedere la fine del dominio di Hamas. E in quel preciso momento, quei volti tanto celebrati hanno mostrato la loro vera natura di militanti, o comunque sostenitori di Hamas. Il silenzio è stato il primo segnale. Telecamere sempre pronte a documentare ogni attacco israeliano, improvvisamente spente davanti alle proteste dei loro stessi concittadini. Poi è arrivato qualcosa di peggio del silenzio: l’incitamento. I manifestanti, palestinesi comuni che volevano liberarsi da un regime che ha trascinato Gaza nella catastrofe, vennero marchiati come spie, collaboratori, traditori. Le stesse etichette che Hamas usa per silenziare il dissenso interno. Ahmed Fouad Alkhatib, palestinese nato a Gaza, lo ha detto con chiarezza: questi personaggi non hanno mai raccontato i gazawi. Erano agenti autorizzati da Hamas a inondare di menzogne il mercato narrativo occidentale che li remunerava. Per anni hanno taciuto su furti di aiuti umanitari, pestaggi, spari contro civili e sull’uso di ospedali e quartieri residenziali come scudi militari, non perché non lo sapessero, ma perché dirlo avrebbe interrotto il flusso. Di donazioni, di inviti, di visibilità. E tutto questo avrebbe irritato i jihadisti di Gaza.
Il meccanismo è noto: il mercato dell’indignazione occidentale premia chi fornisce una narrazione semplice ed emotivamente potente. Hamas come resistenza romantica, Israele come male assoluto, i palestinesi come massa indistinta di vittime senza voce né volontà. Chiunque complicasse questo schema veniva ignorato, silenziato o delegittimato come venduto. Il paradosso è crudele: molti di questi influencer hanno usato la sofferenza dei loro concittadini per costruire carriere, raccogliere fondi, trasferirsi all’estero, opponendosi però all’evacuazione degli altri gazawi, spacciata come “pulizia etnica”. La sofferenza altrui come capitale simbolico e materiale: questa è la definizione di sfruttamento. Il movimento “pro-Palestina” occidentale si trova ora davanti a uno specchio scomodo. Ha elevato queste figure senza spirito critico, ha silenziato in nome della solidarietà le voci palestinesi dissonanti. Ora quelle stesse figure ripetono le parole d’ordine di Hamas contro i manifestanti. Le manifestazioni del 26 giugno pongono una domanda che nessun sostenitore della causa palestinese dovrebbe eludere: si è dalla parte dei palestinesi che chiedono libertà anche da Hamas, oppure si è disposti a ignorarli quando mettono in discussione la narrazione costruita in questi anni?
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