Ma non fa corridoi per i gazawi anti-regime
L’Italia stava per ospitare un terrorista che ha partecipato al 7 ottobre: la passione per i dissidenti dal dittatore giusto, chi è contro Hamas è “spia di Israele”
L’Idf ferma uno studente palestinese diretto a Tor Vergata. Però non ci adoperiamo per salvare da Gaza i dissidenti che combattono i terroristi
Martedì, al valico di Kerem Shalom, un palestinese di Jabaliya atteso a Tor Vergata non ha varcato il confine. Viaggiava con altri sedici studenti diretti a Roma attraverso i corridoi universitari italiani, che dall’autunno scorso ne hanno accolti duecentoventinove. L’esercito israeliano lo ha fermato: secondo l’Idf, appartiene alla brigata Nord di Hamas, era nei kibbutz il 7 ottobre 2023 ed è stato riconosciuto nei video dell’attacco da un software facciale.
Sul singolo caso si vedrà. Ma il caso ha già una virtù: illumina una stranezza. Da mesi ci adoperiamo per portare fuori da Gaza studenti le cui biografie sono difficilissime da controllare in un territorio governato da Hamas. Molto meno ci adoperiamo per portare fuori, o almeno dentro il nostro campo visivo, chi Hamas lo combatte e per questo viene arrestato, ricattato, torturato o ucciso. Moumen al-Natour, avvocato, è stato arrestato da Hamas una ventina di volte. Hamza Howidy è uscito dal carcere dopo che la famiglia aveva pagato migliaia di dollari; oggi vive in Germania.
Oday al-Rubai aveva ventidue anni: dopo una protesta fu sequestrato, torturato e il cadavere restituito alla famiglia. Per loro non si sono aperti corridoi. Si è aperto, ogni tanto, un convegno. Il dissidente ci piace molto, purché abbia il dittatore giusto. L’oppositore di Putin passa per un burattino della Nato; le iraniane che si strappano il velo, per un imbarazzo da archiviare in fretta; María Corina Machado prende il Nobel e, lo stesso giorno, l’etichetta di domestica dell’imperialismo. Il palestinese che protesta contro Hamas porta lo stesso difetto all’estremo: interrompe il racconto nel punto in cui dovrebbe limitarsi a confermarlo, e diventa un collaborazionista, una spia di Israele.
Non è che nessuno ne abbia mai parlato. La Sapienza ha ospitato Howidy; il Senato ha ricevuto lui e al-Natour; qualche giornale ha raccontato la repressione interna a Gaza. Ma, nel panorama generale dei media, resta una parentesi. Una manifestazione contro Hamas viene registrata come si registra un rovescio estivo: le immagini, due testimonianze, la sorpresa per il fatto che esista, poi si torna al tempo stabile. Non diventa mai una storia politica. Non ha protagonisti, genealogie, martiri, interlocutori. Ha solo comparse che, per qualche ora, hanno detto la battuta sbagliata.
Eppure il problema non è la scarsità di indizi. A Gaza, secondo le rilevazioni disponibili, la maggioranza dice di non potersi permettere di criticare Hamas senza temere conseguenze personali. Non è esattamente il terreno ideale per raccogliere opinioni spontanee. Chi controlla le armi, i valichi, le carceri e buona parte delle condizioni in cui si produce l’informazione non è un dettaglio metodologico. È il dettaglio. Naturalmente è più semplice ascoltare la voce che arriva già munita di sottotitoli utili. Il palestinese vittima di Israele ha un posto assegnato nel nostro discorso pubblico; il palestinese vittima di Hamas deve prima giustificare la propria esistenza. E spesso non basta: sarà un collaborazionista, un venduto, una pedina, un sospetto. La sua testimonianza non viene confutata: viene squalificata per biografia.
Lo studente di Jabaliya, colpevole o innocente, un posto su un aereo lo aveva trovato. Quelli che a Gaza si oppongono ad Hamas devono ancora sperare in qualcosa di più raro di un corridoio umanitario: un corridoio mentale.
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