Non c’è due senza tre. Il racconto pompato da Report e giudicato poco attendibile dagli esperti avrà una terza puntata. Lunedì prossimo tornerà in scena l’ombra misteriosa dalle sembianze travisate e la voce distorta nota nell’ambiente come “la Professoressa”. Una figura femminile dal ruolo rassicurante e materno che coincide con i canoni di uno storytelling ben definito, ancorché non accurato. È una sceneggiata a puntate funzionale, al di là del colore, a una duplice campagna: quella politica contro Renzi e quella tutta interna all’intelligence tra due correnti, due cordate che se ne danno di santa ragione. Alla luce di questa guerra intestina si capisce meglio il perché del peso che una certa famiglia – in Rai, al Fatto, in Parlamento – attribuisce al fango da gettare addosso ai due protagonisti. Si capiscono meglio i dettagli: perché si sottolinea quel “tipo losco”, riferito a Mancini. Perché si ripete così spesso che qualcuno “proprio in quei giorni di dicembre” tramava ai danni del governo.

L’immaginifica narrazione della “complicità”, del fantomatico “incontro carbonaro” tra Matteo Renzi e Marco Mancini cela lo scontro trasversale tra pezzi di Aise ed Aisi, le due agenzie di intelligence interna e internazionale. Che non a caso avviene sullo sfondo della lunga e imbarazzante fase di stallo del Copasir, impantanato da mesi nelle sabbie mobili della querelle tra Fratelli d’Italia e Lega. È in atto un confronto aspro tra due scuole di formazione, due circoli di appartenenza che separano i servitori dello Stato e li contrappongono in una disfida senza esclusione di colpi. Destinata ad avere un esito ravvicinato: sono in scadenza posti-chiave, le stanze dei bottoni che più contano nell’ambito dei servizi.

Il rinnovo di cui più si parla ai piani alti dell’intelligence è quello di Mario Parente, direttore dell’Aisi, l’agenzia dei Servizi per l’interno. Nominato il 29 aprile del 2016 proprio da Matteo Renzi, Parente ha già avuto due proroghe: una dal 2018 al 2020 ed una seconda “tecnica” di un anno il 15 giugno del 2020 da Giuseppe Conte. L’ex premier, che teneva così tanto al controllo dei servizi segreti da aver a lungo agognato la nascita di una fondazione istituzionale preposta, ha nominato sul finire del suo mandato Luigi Della Volpe e Carlo Massagli come vicedirettori dell’Aise e Carlo De Donno quale vicedirettore dell’Aisi. Il cui numero uno va adesso rinnovato, entro un mese, con una corsa “inter pares” che non esita a tirare fuori qualche veleno.

Di Marco Mancini la trasmissione Report si è incaricata di elencare non i successi (Beirut, Falluja, i teatri operativi in cui lo stesso ha rischiato grosso, venendo anche sequestrato da un gruppo islamico) ma i due processi subìti. Si sono premurati di sottolineare la vicenda del sequestro di Abu Omar, a carico della Cia, e la vicenda dello spionaggio Telecom che ha portato Mancini a processo nel 2006. Procedimento dal quale Mancini uscirà a testa alta, vedendo archiviate tutte le accuse. Per Abu Omar, imam egiziano sequestrato a Milano e riportato a Il Cairo, vennero condannati 19 agenti americani. Sul ruolo dei servizi italiani la Presidenza del Consiglio pose il segreto di Stato.

Report lo contesta a Renzi, con l’inviato della trasmissione che gli dice: “Ha mantenuto il segreto”, in segno di complicità. Risulta per la verità diversa la dinamica dei fatti. Dal 2013 la Corte Costituzionale ha esaminato le carte per valutare la fondatezza del principio del segreto di Stato; lo stesso è stato confermato a tutela di Mancini e del suo operato alla guida dei servizi a partire dal 2006 da tutti e quattro i governi succedutisi: il secondo governo di Romano Prodi; il Berlusconi IV; il governo di Mario Monti e quello di Enrico Letta. Proprio lui, l’attuale segretario Pd e garante dell’alleanza con i Cinque Stelle ed il loro futuribile leader Conte. Non Matteo Renzi. E per dovere di cronaca, la Corte Costituzionale ha poi confermato la corretta applicazione del segreto di Stato sulla vicenda con la sentenza del 14 gennaio 2014, che estendeva il segreto ai documenti relativi al processo.

Ma è nel procedimento Telecom/Sismi – intercettazioni illegali – del dicembre 2006 che forse va letta la storia in controluce. Le indagini preliminari a carico dell’agente segreto, inusualmente delicate, vennero svolte dalla Guardia di Finanza con l’attenzione dei suoi comandi più alti. E all’epoca al vertice operativo delle Fiamme Gialle c’era il generale Gennaro Vecchione, che poi diventerà amico personale di Giuseppe Conte (si racconta che le rispettive signore siano legate da altrettanta amicizia). Vecchione è stato rinnovato come Direttore generale del Dis nel novembre 2020 proprio da Conte. Erano i giorni in cui Matteo Renzi avvertiva: «Non abbiamo dato pieni poteri a Salvini, adesso non possiamo darli ad altri». Certamente Conte sta con Vecchione e dunque Mancini parla volentieri con Renzi. «In maniera del tutto normale e più che legittima», dichiara Carlo Calenda al Riformista, sorpreso per la grancassa mediatica.

Romano e romanista, sociolinguista, ricercatore, è giornalista dal 2005 e collabora con il Riformista per la politica, la giustizia, le interviste e le inchieste.