Alessandra Mussolini è stata attrice e cantante, politica, donna di spettacolo, polemista, attivista, nipote della zia Sophia Loren. E soprattutto è stata sempre “la nipote di”: la nipote del Duce del fascismo Benito Mussolini. Ha 58 anni. Dopo 27 è fuori dalla politica e si dice più libera, alla domanda: “avrebbe mai potuto essere una ragazza di sinistra, se avesse voluto?” risponde così: “Ma lo sono! Sono una diversamente ragazza che ha fatto battaglie nelle quali ha creduto, al di là dei colori”. L’intervista, che sta facendo parecchio discutere, a Vanity Fair. “Fin da piccola ho visto le persone reagire quando pronunciavo il mio cognome. Non reagire a me, ma a quello che rappresentavo nel loro immaginario. Potevo chiudermi in me stessa, o andare avanti. Ho scelto di tirare dritto e fare tutto quello che non dovevo fare. Il cinema per mia zia, la politica per mio nonno”.

La partecipazione a Ballando con le Stelle ha cambiato lei e la sua percezione presso il pubblico. Mussolini appoggia il Ddl Zan, la legge il disegno di legge contro le discriminazioni e la violenza per ragioni basate su sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere e disabilità. Ha pubblicato un selfie su Instagram con la scritta “Ddl Zan” sul palmo della mano com’era tendenza qualche tempo fa. Una posizione che la destra, suo mondo di riferimento, non condivide. “Quella proposta da Zan è una legge doverosa perché è un semplice prendere atto di qualcosa che esiste già nella società. Per me la sessualità è un fatto personale, e anche temporaneo. Nella vita cambiamo tutti: in base alle esperienze, alle cose che ci accadono. Parlando con i miei figli ho capito che per i ragazzi l’orientamento sessuale non è nemmeno un tema: è come mettersi un abito che puoi cambiare, e a nessuno importa com’è”.

E a proposito di libertà, della coscienza e dell’arbitrio nel mondo della politica: “Io certe cose le ho sempre pensate, ma siccome ero pur sempre in un ambito politico, non potevo dare loro spazio. Sono stata cacciata dalla Commissione affari sociali sulla procreazione medicalmente assistita perché ero per la diagnosi pre-impianto, che gli altri osteggiavano. Chiedevo: ‘Ma se gli embrioni poi non vanno bene?’. Mi rispondevano: ‘C’è sempre l’interruzione di gravidanza’. Come se il corpo della donna non contasse nulla, come se l’aborto non fosse un trauma”.

Un’intervista piena di spunti e di riflessioni interessanti di una persona che dice di non aver mai avuto potere ma di aver sempre vissuto con il peso della “riconoscibilità” addosso: “Col mio cognome ho capito subito che ci dovevo convivere quindi per convinzione, o auto convinzione, ho deciso che era un dato che dovevo rendere positivo. Anzi di più: esaltarlo. Ma non è stato gratis: volevo studiare filosofia e mi fecero capire che era meglio che cambiassi aria. Allora mi sono iscritta a medicina. Un professore, dopo un esame, lanciò il libretto a terra. Ma l’ho accettato, ci poteva anche stare. Nella vita impari solo dai dolori e dalle delusioni atroci, quelli che io e mamma affrontiamo mettendoci occhi negli occhi, da sempre”.

Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.