Ci siamo occupati su questo giornale del balordo luogo comune secondo cui “le sentenze non si commentano”. Non si capisce infatti per quale motivo mai un provvedimento di giustizia (che non è una esternazione oracolare, ma una cosa scritta da un dipendente pubblico) dovrebbe sottrarsi al controllo civile dei cittadini. Non si capisce per quale ragione essi non potrebbero manifestare il proprio pensiero su un giudizio che ritengono erroneo. Ma l’abbiamo detta a metà, perché la frase fatta secondo cui le sentenze non si commentano è dismessa puntualmente quando la sentenza assolve anziché condannare. Allora sì che si può commentare, eccome. E così dall’ossequio silenzioso nel caso di condanna si passa facilmente al reclamo, alla protesta, allo sdegno in caso di assoluzione.

Prendi il tizio che hanno processato perché andava a timbrare il cartellino in mutande. Come ha ricordato ieri il direttore di questo giornale, il sistema dell’informazione aveva infierito pesantemente su quell’imputato. Adesso lo hanno assolto. E che cosa gli tocca? Gli tocca il Corriere della Sera che con il suo editorialista quotidiano, Massimo Gramellini, sbertuccia la sentenza di assoluzione spiegando che quel tizio in mutande ci stava davvero, e che solo la combinazione di una difesa spregiudicata con il ghiribizzo di un giudice accondiscendente poteva riuscire nel capolavoro di non condannarlo. Nell’ordine, dunque: ti sbattono sui giornali dando voce all’accusa dei magistrati che ti processano (e lì niente commenti, se non a carico dell’accusato), dopo di che ti assolvono e a quel punto liberi tutti, la sentenza è scandalosa. Che ci può anche stare, eh. Sbagliata e criticabile può essere benissimo anche la sentenza che ritiene di dover assolvere, ma non si capisce perché questa deve esporsi a critica mentre quella che condanna è sacra.

E ovviamente diciamo che non si capisce per modo di dire, perché in realtà si capisce benissimo: si tratta dell’idea – non troppo raffinata, ma molto efficace in piazza – per cui se ti becchi un processo vuol dire che qualcosa hai combinato, e se poi c’è un giudice che anziché condannarti ti manda assolto allora significa che la giustizia ha funzionato male. Che può darsi, per carità: ma c’è buona riprova del fatto che la giustizia funzioni male anche in qualche rarissimo caso di condanna, e in questo rarissimo caso “le sentenze non si commentano”.

Sarebbe forse il caso di mettersi d’accordo, e di lasciare che i provvedimenti di giustizia siano destinatari della giusta attenzione quando ricadono in qualsiasi modo sulla vita delle persone. Poi si tratta di gusti. Preferisci usare il tuo spazio pubblico per lamentarti della mancata condanna del tipo fotografato in mutande anziché occuparti di quelli che ogni giorno sono sbattuti in galera ingiustamente. Va benissimo, nessuno dice niente. Se non che il giornalismo e la giustizia italiani sono fatti l’uno per l’altra.