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Assolto, poi assolto, poi assolto. L’accanimento delle procure contro un imprenditore dell’operazione Stige (in un processo senza prove)
Cirò. 9 gennaio 2018. Scatta l’operazione “Stige”, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. È l’alba dell’ennesima grande retata: centinaia di arresti, un impatto mediatico imponente, una narrazione già scritta. In quel mosaico finisce anche L.C., imprenditore nel settore dei semilavorati per pizza. Le accuse sono di quelle che non lasciano spazio alla leggerezza: associazione a delinquere di stampo ’ndranghetistico, contiguità al clan Farao-Marincola di Cirò, interposizione fittizia di beni, illecita concorrenza aggravata dall’agevolazione mafiosa. Accuse pesanti, quanto – si scoprirà – fragili. La povertà della provvista indiziaria non gli risparmia il carcere. E il carcere, prima ancora della pena, produce un marchio: su di lui, sulla famiglia, sull’azienda. L’arresto non è mai un fatto individuale; è un evento che si irradia, che isola, che espone al sospetto e al giudizio sociale.
L’imprenditore diventato “mafioso”
In poche ore, un imprenditore diventa “mafioso”, “l’arrestato nell’operazione Stige”. I titoli dei giornali fanno il resto, semplificano, accostano nomi e contesti, saldano nell’immaginario collettivo responsabilità che devono ancora essere dimostrate. È un processo parallelo, silenzioso ma potentissimo, che non conosce gradi di giudizio e non prevede assoluzioni. Al primo vaglio del Tribunale della libertà cade l’interposizione fittizia, ma resta in piedi l’accusa più pesante, quella di partecipe del sodalizio mafioso. Resta in carcere. La difesa non si arrende. È convinta – sostenuta dalle carte – che l’accusa poggi sulle suggestioni, non su elementi solidi, su letture forzate di dinamiche imprenditoriali che nulla hanno a che vedere con logiche criminali e ricorre in Cassazione. Ed è lì che il quadro indiziario si scioglie come neve al sole. A Piazza Cavour arriva una pronuncia chiara: annullamento senza rinvio. Una decisione netta, definitiva, che suona come una smentita radicale dell’impianto cautelare. Non c’erano elementi per arrestare. Non c’erano elementi per privare un uomo della libertà, esponendolo al carcere, ai domiciliari, al pubblico ludibrio. A questo punto, in un ordinamento che voglia dirsi equilibrato, la storia dovrebbe chiudersi qui. Invece no. Comincia un secondo tempo, più lungo e per certi versi più logorante del primo.
La doppia assoluzione e la vita sospesa
Il pubblico ministero esercita l’azione penale e trascina Caputo davanti al giudice dell’udienza preliminare. L’imputato sceglie il rito abbreviato, anche per provare a sottrarsi a tempi che si annunciano lunghi. Arriva l’assoluzione. Ma non basta. La Procura impugna. La Corte d’appello conferma: assolto. Nel frattempo, la vita resta sospesa. Un’assoluzione non restituisce automaticamente ciò che è stato tolto. I rapporti professionali si incrinano, le opportunità sfumano, la fiducia – quella degli altri, ma anche quella in un sistema che dovrebbe proteggere – si assottiglia. Si vive in una condizione di perenne provvisorietà, come se ogni traguardo potesse essere rimesso in discussione da un atto successivo, da una firma, da un ricorso. Due giudizi, una doppia conforme, un giudicato cautelare già demolito dalla Cassazione. In un sistema che riconosca il valore del ragionevole dubbio, dovrebbe essere sufficiente. Non lo è. La Procura generale ricorre ancora. La Cassazione esclude la partecipazione associativa, ma – sorprendentemente – invita a rivalutare i fatti sotto il profilo di un possibile concorso esterno. Si riapre così un’altra parentesi. Un’altra attesa. Un altro pezzo di vita sospeso. Sarà, anche questo, un nulla di fatto. Nel giudizio di rinvio, la Corte d’appello di Catanzaro assolve nuovamente l’imputato. È novembre 2025. Sono passati sette anni, quasi otto, da quell’alba.
Sette anni di processo per arrivare dove si era partiti
Sette anni di processo per arrivare dove si era partiti: all’assenza di prove. Resta allora una domanda, che non riguarda solo questa vicenda. Dove si colloca la linea di confine tra la doverosa repressione dei reati e l’accanimento giudiziario? Quando il processo, da strumento di accertamento, diventa esso stesso pena? Quanto può durare un procedimento prima che la sua durata diventi, essa stessa, una forma di ingiustizia? La storia di LC non è solo la storia di un’assoluzione. È la storia di una libertà compressa senza basi sufficienti, di una reputazione esposta e consumata, di un tempo di vita sottratto e non restituibile. E mentre si discute di ampliare ulteriormente gli spazi di impugnazione del pubblico ministero, viene da chiedersi se la direzione sia davvero quella giusta. Perché ogni grado di giudizio in più, successivo a una assoluzione, rischia di trasformarsi in un moltiplicatore di incertezza e di sofferenza, in una proroga indefinita della condizione di imputato.
La giustizia ha bisogno di forza. Ma anche di misura. Senza la seconda, la prima smette di essere una garanzia e diventa un problema. E il rischio, sempre più concreto, è che a rimanere impigliati nel filo della giustizia non siano solo i colpevoli, ma anche – e troppo spesso – gli innocenti.
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