Il Tar della Liguria ha sollevato la questione di legittimità costituzionale del decreto cd. Genova, convertito nella l. n. 130/2018, con il quale Autostrade per l’Italia era stata esclusa dalle attività relative alla demolizione e ricostruzione del ponte Morandi, pur essendo tenuta a sostenerne le spese. La questione era stata sollevata dalla difesa di Autostrade, che, senza cercare di intralciare i lavori di demolizione e ricostruzione del ponte, si è rivolta ai magistrati amministrativi affinché fosse accertata la lesione dei propri diritti.

La vicenda rappresenta, a prescindere da quella che sarà la decisione della Corte Costituzionale, un ritorno improvviso, e per certi versi inatteso, allo stato di diritto. La tragica vicenda del ponte Morandi ha fatto vibrare il cuore e la pancia di tutti gli italiani. Una richiesta emotivamente forte di condanna dei responsabili del crollo è stata espressa con la massima intensità non solo dalle famiglie delle vittime, ma anche dall’intero paese. Ed il Presidente del Consiglio dell’epoca ed attuale, che si professa giurista, ha subito, tra le altre cose, detto che il Governo avrebbe adottato i provvedimenti più opportuni senza attendere i tempi della giustizia. Di fatto, sul piano politico e, soprattutto legislativo, sarebbe stata immediatamente ritenuta la responsabilità di Autostrade. La quale, perciò, sarebbe stata esclusa dalle opere di ricostruzione, ma ne avrebbe dovuto sostenere i costi.

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La terribile vicenda, successivamente, non è passata nel dimenticatoio non solo per l’entità in sé della tragedia e per i continui riferimenti che ad essa hanno fatto alcuni politici, reclamando la revoca delle concessioni, ma anche per le successive incredibili informazioni sulla carenza di manutenzione, che riguarderebbe l’intero sistema autostradale.

L’insieme dei dati esposti sembra fatto apposta per descrivere una situazione in cui giustizia ed ansia di giustizia si mescolano in un flusso turbolento di emozioni e di rivendicazioni, capaci di travolgere qualsiasi resistenza. Il processo diventa un orpello formale, utile solo per evitare che un esito scontato si attui attraverso la lapidazione sulla pubblica piazza. Del resto, in una società, nella quale la abolizione sostanziale della prescrizione già contenuta nella riforma Orlando si vuole sostituire con la abolizione anche formale dell’istituto, il processo perde la sua funzione, di accertamento della verità umana delle vicende controverse e delle responsabilità, per diventare un mero luogo di ratifica delle pulsioni più largamente condivise. Una conferma è offerta da tutti quei casi in cui i Giudici, che si permettono di assolvere quegli imputati che la pubblica opinione vuole colpevoli, sono ingiuriati e chiamati assassini.

Queste ordinanze del Tar della Liguria consentono, allora, di ridare un senso all’ordinamento. Ci ricordano quale sia il ruolo del Giudice e quello della Costituzione. Quest’ultima fissa regole concepite per resistere anche alle pulsioni popolari più profonde e pure se apparentemente legittime. Il Giudice, a sua volta, di tali regole è garante e deve perciò costituire l’argine concreto affinché quelle regole, che sono il fondamento della democrazia, non siano travolte neppure dalla rabbia popolare. Sta proprio in questo il valore della indipendenza del Giudice, che diventa garante dei diritti del singolo anche contro la volontà dei potenti, e tra questi va annoverato pure il populismo. Queste considerazioni non vogliono, certo, prendere posizione sulla responsabilità o no di Autostrade, ma vogliono sottolineare che i Giudici del Tar Liguria, che hanno sollevato la questione di legittimità costituzionale di una legge che ha di fatto anticipato il giudizio caricando Autostrade dei costi della ricostruzione, hanno avuto il coraggio di restare fedeli al loro ruolo. In questo momento storico non è poco.

Astolfo Di Amato