L'intervista
Ballottaggio e candidato riformista alle primarie Ceccanti: “La sfida diretta Schlein-Conte non mobilita”
Stefano Ceccanti, professore ordinario di diritto pubblico comparato alla Sapienza, ex parlamentare del Partito democratico, traccia i confini dell’area riformista, evidenzia la necessità di valutare il ballottaggio alle primarie e apre all’ipotesi di un terzo candidato di area riformista.
Come definirebbe questa fase del Pd? L’ennesima tregua o il giorno del giudizio?
«Nel complesso, il Pd è attestato su una linea in larga parte coincidente con Avs e M5S, se si esclude l’importante questione Ucraina. Tuttavia, questa diversità sembra solo chirurgica».
Sembrerebbe la posizione di Schlein…
«Viceversa la segreteria del Pd usa, come ha notato Fassino, il tema della difesa europea come una fuga benaltrista dalle responsabilità nazionali. L’importante è che nel Pd e nella coalizione chi non è d’accordo si faccia sentire senza alcun timore. Ne parleremo a Orvieto con Libertà Eguale e Base Italia il 24 e 25».
Guerini, Delrio, Fiano: tutti sintomi di un disagio verso l’area riformista del Pd, che è ormai giunto a un punto di non ritorno…
«Non si tratta di dichiarare punti di non ritorno ma di riaffermare posizioni nette in coerenza con l’impianto originario del Pd e con l’appartenenza ai democratici e socialisti. Che ci siano posizioni pro-russe a settanta anni dalla Rivoluzione ungherese, anche da parte di dirigenti del Pd, sembra surreale. Anche il voto su una legge contro l’antisemitismo di taglio esclusivamente preventivo ed educativo segnala un problema serissimo».
Le primarie sembrano ormai l’unica via per sciogliere i nodi, ma con il voto online sembra difficile arrestare l’avanzata di Conte.
«Le primarie sono necessarie perché senza di esse la coalizione non c’è. Ma l’idea di chiudere tutto in un recinto da turno unico con una sfida diretta all’Ok Corral tra Schlein e Conte mi sembra scarsamente mobilitante».
E quindi?
«Se mobilitasse una quota di persone subito, lascerebbe tracce negative sull’insieme dell’elettorato. Non possono essere viste come una sfida di popolarità tra segretari di partito con la sottomissione del perdente».
E, secondo lei, quale sarebbe la soluzione?
«La questione più importante è il doppio turno perché consente al primo un’articolazione di candidati che corrisponde alle diversità reali e che non polarizza tutto tra due candidati molto simili».
Lei recentemente si è detto a favore del ballottaggio alle primarie, ma non crede che una eventuale bassa partecipazione costituirebbe un esordio amaro per il campo largo?
«Le segnalo che Bersani nel 2012 prese al primo turno quasi 1 milione 400mila voti e poi vinse al secondo con poco più di 1 milione e 700mila. Quindi la legittimazione salì non di poco».
Si fa avanti l’ipotesi Giorgio Gori come terzo candidato. Significherebbe rompere nettamente con la linea della segreteria?
«Si tratterebbe di ripetere l’apertura che nel 2012 fece Bersani con Renzi, e non si capisce perché non si dovrebbe fare anche oggi. È una possibilità prevista dallo Statuto del Pd. Mi dicono che si voglia aggirare mettendo una soglia di consensi impossibile in Assemblea per candidati diversi dalla segretaria. Legalmente si può anche fare, ma sarebbe una scelta dettata dalla paura che a molti apparirebbe illegittima, e che quindi potrebbe portare alcuni elettori non ad allinearsi ma ad astenersi dalle primarie. Il Pd rischia un’eterogenesi dei fini: userebbe spregiudicatamente le regole per blindare Schlein ma a breve rafforzerebbe Conte e in prospettiva danneggerebbe la competitività della coalizione».
Cosa pensa del passo avanti di Matteo Renzi che, pur di essere ammesso nella coalizione, ha annunciato il suo eventuale sostegno a Conte?
«Se si accetta di entrare nel percorso delle primarie è necessario accettare di sostenere chi vince».
Secondo lei, Giorgia Meloni può veramente temere questo campo larghissimo, oppure Reggio Calabria ci ha spiegato che alla fine gli elettori tra la scommessa e la certezza scelgono la seconda?
«Il problema è che mentre una primaria a doppio turno può essere un fattore di rilancio perché parte dalla complessità effettiva della coalizione, la chiusura nel recinto di un turno unico – concepito come un test tra due segretari di partito – rischia di respingere elettori e quindi di creare le premesse per una riconferma di Meloni».
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