Politica
Legge elettorale, Pernice (PLD): “Non si dica che le preferenze vanno evitate perché le donne non verrebbero scelte. È sfiducia nel genere femminile”
Preferenze sì o no? Dalla Responsabile Enti Territoriali del Partito Liberaldemocratico una riflessione
Pensare che le preferenze tra i candidati alle elezioni politiche penalizzino automaticamente la presenza femminile, e per questo non sostenerle, lo trovo profondamente sbagliato.
È un argomento che, forse senza volerlo, finisce per affermare qualcosa di molto pericoloso: che le donne entrano nelle istituzioni solo se protette da un listino bloccato; che non meritano di essere votate; che capitano in Parlamento perché una legge obbliga tutti ad accettare la loro presenza; che non sanno fare campagna elettorale; che non sono interlocutrici credibili; che non hanno la stessa capacità degli uomini di costruire consenso; che, se lasciato libero di scegliere, l’elettorato sceglierebbe sempre e solo uomini.
Da donna, questa narrazione la contesto.
La presenza femminile nelle istituzioni è una questione seria, troppo seria per essere usata come argomento contro la libertà di scelta degli elettori. Il listino bloccato con alternanza di genere può certamente garantire un equilibrio formale nella composizione delle liste, ma non risolve il punto politico più importante: chi decide davvero chi entra in Parlamento? Gli elettori o le segreterie dei partiti?
Perché il rischio è proprio questo: trasformare la rappresentanza femminile non in una conquista di partecipazione, consenso e autorevolezza, ma in una concessione dall’alto.
Io credo invece che la politica debba avere un obiettivo diverso: mettere le donne nelle condizioni di competere, essere riconosciute, fare campagna elettorale, costruire reti, conquistare fiducia, raccogliere voti, essere scelte.
Non nominate. Scelte.
Mary Wollstonecraft, già alla fine del Settecento, legava l’emancipazione femminile all’educazione, all’autonomia e alla possibilità per le donne di essere considerate soggetti razionali e civili, non presenze da proteggere. Simone de Beauvoir ci ha insegnato che la condizione femminile non è un destino naturale, ma una costruzione sociale. Hanna Pitkin ha definito la rappresentanza come la capacità di rendere presenti nella decisione pubblica le voci, le opinioni e le prospettive dei cittadini. Anne Phillips, con la sua “politica della presenza”, ha spiegato che la presenza conta, soprattutto quando interi gruppi sono stati storicamente esclusi dai luoghi del potere.
Ma proprio perché la presenza conta, non può bastare una presenza calata dall’alto. Le donne devono esserci perché hanno voce, consenso, competenza, radicamento, leadership. Devono esserci perché vengono votate, non perché qualcuno le colloca in lista al posto giusto.
E la realtà dimostra che questo è possibile.
Giorgia Meloni è la prova più evidente che una donna può costruire consenso politico, essere scelta dagli elettori e arrivare fino a Palazzo Chigi. Si può essere lontanissimi dalle sue idee, ma non si può negare il dato politico: nel 2022 milioni di cittadini hanno scelto il partito e la coalizione da lei guidati; lei stessa è stata eletta nel collegio uninominale L’Aquila-Teramo con oltre centomila voti. Non è stata una preferenza personale nel senso tecnico del termine, perché alle politiche le preferenze non ci sono. Ma è stata una scelta politica chiara, riconoscibile, popolare. Una donna è stata scelta dagli elettori ed è diventata Presidente del Consiglio.
Lo stesso vale, su un altro versante politico, per Pina Picierno. Alle elezioni europee è stata eletta con le preferenze: nel 2019 con quasi 80 mila preferenze, nel 2024 con oltre 122 mila. Quelle preferenze l’hanno portata al Parlamento europeo, dove è diventata Vicepresidente. Anche qui il punto è evidente: quando una donna ha credibilità, radicamento, visibilità e possibilità di competere, gli elettori la scelgono.
Per questo credo che la discussione non dovrebbe essere “preferenze sì” o “preferenze no” in nome della questione femminile. La discussione dovrebbe essere su quali regole costruire per unire libertà di scelta e pari opportunità.
Si può discutere, per esempio, di un sistema simile a quello delle europee: preferenze, ma con correttivi di genere. L’elettore può esprimere fino a tre preferenze, ma se ne indica più di una deve rispettare l’equilibrio tra candidati di sesso diverso. Questo non toglie potere agli elettori. Non trasforma le donne in quote decorative. Non sostituisce il merito con l’appartenenza di genere. Semplicemente crea condizioni più equilibrate dentro una competizione vera.
Il punto non è proteggere le donne dal voto. Il punto è proteggerle dall’esclusione a monte: dalle liste costruite nelle stanze chiuse, dalle candidature deboli, dalla mancanza di investimenti politici, dalla minore visibilità, dalla difficoltà di accesso alle reti di consenso.
In un Paese in cui le donne sono il 51% della popolazione, non possiamo continuare a parlarne come se fossero una minoranza da sistemare in lista per obbligo di legge. Le donne sono cittadine, elettrici, candidate, dirigenti, amministratrici, leader. Sono persone che devono poter competere ad armi pari.
Se si vogliono criticare le preferenze, lo si faccia su altri piani: i costi delle campagne, il rischio di clientele, la competizione interna ai partiti, la personalizzazione eccessiva. Sono argomenti seri, discutibili, politici.
Ma non si dica che le preferenze vanno evitate perché le donne non verrebbero scelte.
Perché questa non è una difesa delle donne. È una sfiducia nelle donne.
Io credo nel merito, nella libertà, nella responsabilità e nella capacità di ogni persona di costruire il proprio percorso. E credo che la politica debba smettere di raccontare le donne come presenze fragili da garantire per legge e iniziare a costruire le condizioni perché possano essere protagoniste per consenso, competenza e autorevolezza.
Le donne non devono essere protette dagli elettori.
Devono essere messe nelle condizioni di farsi scegliere dagli elettori.
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