Che il suo isolamento fosse un abuso era sotto gli occhi di tutti, o di quei pochi che volevano vederlo, ma ora è arrivata la denuncia, scritta di pugno da Cesare Battisti alla Procura della repubblica di Roma. Risponda qualcuno dell’articolo 323 del codice penale, l’abuso di ufficio. Non ci sono nomi, ma possiamo fare qualche ipotesi: il ministro Bonafede e i capi del Dap, Petralia e Tartaglia. Cioè coloro che trattengono illegittimamente, nell’ultimo anno, in isolamento un detenuto senza che alcun provvedimento giudiziario lo imponga. Un gesto forte, chiedere un’iniziativa penale per abuso d’ufficio nei confronti di chi, contravvenendo a qualsiasi logica e procedura, ha buttato un detenuto ritenuto così speciale da pensare di poter fare qualunque cosa del suo corpo, in un buco buio e isolato di un carcere sardo lontano da tutto. Sì, il gesto è forte, ma lo è altrettanto una logica da carcere speciale, quella da “buttar via la chiave”, come fu quella dei tempi del terrorismo o dell’apertura di Pianosa e Asinara dopo gli assassinii di Falcone e Borsellino.

La denuncia, Battisti ha voluto assumerla di propria iniziativa, se pur presentandola tramite il suo avvocato di Cagliari Gianfranco Sollai, che lo assiste insieme al collega milanese Davide Steccanella. Ha resistito anche troppo, in realtà, dopo essersi sottomesso, come è giusto sia, a una sentenza che lo ha condannato a sei mesi di isolamento insieme all’ergastolo per reati che lui ha commesso e riconosciuto. Ma che non possono essere appesantiti, dopo i sei mesi e un altro anno, da una sorta di ulteriore pena accessoria non stabilita da nessun giudice. Date e fatti sono elencati puntigliosamente nella denuncia. Si parte dalla sentenza della Corte d’appello di Milano del 1993 che stabiliva, insieme alla condanna all’ergastolo, l’isolamento diurno del detenuto per sei mesi. Non vanno trascurati il luogo geografico e il distretto giudiziario di questo punto di partenza che segna la storia giudiziaria di Cesare Battisti. Cui avrebbe dovuto conseguire, per logica, la detenzione in una delle tre carceri milanesi. A occhio, con la preferenza per Opera, visto il tipo di reati.

Ma andiamo al punto secondo. “Il sottoscritto veniva arrestato il 14-1-2019 presso l’aeroporto di Ciampino…”. Siamo a Roma, dunque. Tralasciamo la sceneggiata del ministro Bonafede da piccolo dittatore del sesto o settimo mondo, e focalizziamo di nuovo l’attenzione sul territorio. Dove portare il prigioniero? Se è troppo impegnativo trasferirlo subito a Milano, vediamo se c’è un posticino almeno in uno dei due istituti romani, Rebibbia e Regina Coeli. Invece no, si vola a Oristano, Sardegna. Chi lo stabilisce? Il Dap, si suppone, cioè il ministero di giustizia, cioè siamo di nuovo a Bonafede, a meno che, essendo lui troppo impegnato a esibire lo scalpo del prigioniero appena catturato, il misfatto non si sia compiuto a sua insaputa. Tremendo quel dottor Basentini, allora presidente del Dap, la cui nomina aveva fatto così tanto arrabbiare l’icona “dell’antimafia” Nino Di Matteo…

Nel carcere di Massama, a Oristano, Cesare Battisti è in isolamento in un reparto di massima sicurezza (AS2), quello riservato ai terroristi, che non ci sono più, tranne quelli dell’Isis o di organizzazioni simili. I quali in ogni caso sono da un’altra parte, oltre a non aver nulla a che fare con coloro che negli anni settanta impugnarono le armi nel nostro Paese. Lui non si lamenta, le sentenze sono sentenze. Intanto, da quel 14 gennaio del 2019 i sei mesi dell’isolamento sono passati a occhio un anno fa, nel mese di luglio. Che cosa è cambiato da allora? Assolutamente niente. In novembre, e sono passati altri quattro mesi, il giudice di sorveglianza prende atto del fatto che il detenuto «ha dato prova di partecipazione all’opera di rieducazione… e di condotta regolare».

Lui nel frattempo, in due interrogatori con un procuratore di Milano, ha rivisto i suoi comportamenti e si è riconosciuto responsabile di ogni reato per cui sia stato condannato. Ma continua a rimanere classificato come “terrorista”, dopo quarant’anni dai fatti per cui è stato condannato. «Che agganci può avere oggi, visto che tra l’altro il terrorismo degli anni settanta non esiste più?», si domanda sconsolato l’avvocato Steccanella. Ma intanto, gli fa eco il suo collega Sollai, «questo suo status permane ancora e non è sorretto da alcuna legge né tanto meno da alcun provvedimento giudiziario». Che cosa è, allora? Vendetta? Sadismo?

Intanto lo stesso Battisti si dà da fare. Chiede l’accesso agli atti per sapere che sorte abbia avuto l’istanza di declassificazione presentata dai suoi legali. L’Amministrazione penitenziaria risponde che non si può sapere. Si suppone sia stata rigettata, ma le motivazioni non sono note. Addirittura un ispettore di polizia penitenziaria cui si rivolge il detenuto per capire che cosa ci faccia a Oristano e in quella situazione, gli ha risposto che si troverebbe «in isolamento sia formale che di fatto». Eh no, con tutto il rispetto, signor ispettore, “formale” no, dopo un anno e mezzo!
E allora, la pazienza ha un limite. E si presenta la denuncia. Che magari verrà archiviata.

Ma qualcuno dovrà ben rispondere. Perché il detenuto Battisti è in isolamento? Perché non può andare per esempio a Opera? Perché deve stare su un’isola? Perché i suoi familiari, oggi costretti anche dal rischio Covid ai colloqui con il vetro, devono prendere l’aereo e attraversare il Tirreno per un breve incontro? Che cosa hanno da dire, dopo questa denuncia, il ministro Bonafede e la nuova dirigenza del Dap, arrivata fresca fresca dopo la defenestrazione del “cattivo” Basentini (che in realtà è stato cacciato perché ritenuto troppo buono)?