I rapporti politici hanno spesso una doppia dimensione: politica e umana. Nella sinistra storica, dietro lo scontro tra comunisti e socialisti – i primi all’opposizione, i secondi al governo – esisteva una rete di amicizie e rispetto reciproco che non cancellava le differenze, ma impediva all’avversario di diventare nemico. Macaluso mi confidò che il segretario comunista più unitario verso i socialisti era stato Luigi Longo. Dopo Longo, a mio avviso, i rapporti si deteriorarono sino alla riscoperta del nefasto concetto di “socialfascismo”, adottato dal Comintern nel 1928. Una deriva che emerge anche in «Caro Berlinguer» di Antonio Tatò e nell’influenza di Franco Rodano e dello stesso Tatò. Un clima che finì per incidere sui rapporti tra Enrico Berlinguer e Bettino Craxi, nonostante una conoscenza nata nelle organizzazioni universitarie e giovanili della sinistra. Il padre Mario era stato socialista e deputato: una traccia di quella tradizione con la quale il leader del PCI avrebbe poi ingaggiato uno dei più duri scontri della sinistra italiana.

Con Berlinguer alla segreteria del PCI, si chiuse il ciclo dell’unità della sinistra storica. La crisi era iniziata prima, tra autunno caldo, anni di piombo e caso Moro. Il PSI di Craxi si batté per la trattativa; il PCI di Berlinguer scelse la linea della fermezza. Moro fu trovato assassinato in via Caetani, nel bagagliaio di una Renault 4 rossa. Craxi e Berlinguer provenivano da percorsi diversi: il primo aveva fatto la gavetta a Sesto San Giovanni, «Stalingrado d’Italia»; il secondo, secondo Pajetta, sarebbe arrivato direttamente alla Direzione del PCI. Eppure gli scontri pubblici non cancellarono i rapporti umani: la morte di Berlinguer colpì Craxi. Furono mitici gli incontri e gli scontri tra Rino Formica e Gerardo Chiaromonte, e con Alfredo Reichlin. Claudio Signorile aveva un rapporto politico con Berlinguer e lavorava a un nuovo rapporto a sinistra, ma il XIV Congresso della DC, con la sconfitta di Zaccagnini e l’affermazione di Forlani e Donat-Cattin, ideatore del «Preambolo», fece svanire quella prospettiva.

Non meno significativo fu il rapporto tra Giorgio Napolitano e Gianni De Michelis. Napolitano era responsabile degli Esteri del PCI, mentre De Michelis era ministro degli Esteri. Napolitano offrì a De Michelis la presidenza del CESPE, il Centro Studi di Politica Economica. De Michelis ne fu entusiasta, dopo il via libera di Craxi. Ma il semaforo di Botteghe Oscure segnò rosso. Chissà se quella scelta avrebbe potuto cambiare il corso degli eventi. Dopo il crollo del Muro di Berlino, Claudio Martelli, d’intesa con Achille Occhetto, lavorò per ridefinire gli equilibri della sinistra: non una fusione, ma un’interlocuzione tra socialisti e postcomunisti. In Puglia lo scontro tra PCI e PSI era senza esclusione di colpi, ma i rapporti a sinistra non furono mai sotterrati. Il PSI conservò negli enti locali la tradizione a sinistra, salvaguardando intese con i comunisti. Con l’arrivo di D’Alema a Bari, inviato da Gerardo Chiaromonte nella crisi del PCI, la segreteria della CGIL fu affidata a un dirigente socialista.

Ho avuto anche la fortuna di viaggiare accanto a Berlinguer sul volo Roma- Brindisi, diretto alla manifestazione operaia dei metalmeccanici del siderurgico di Taranto. Fu, per me, un Berlinguer diverso: umano, da quello raccontato dalle cronache. Mi impressionò positivamente, soprattutto quando parlò della «diversità comunista». Non aggiungo altro, per ragioni di riservatezza. Ho conservato rapporti di amicizia con Gianni Cervetti, Giovanni Pellegrino e D’Alema. Dopo la scomparsa del PSI lo sostenni, da socialista apolide, nel collegio di Gallipoli. Micromega mi attaccò, definendomi un craxiano senza vergogna. Lo sostenni ancora quando si presentò con le liste di Articolo 1. Mi sono recentemente congratulato con lui per l’intervista al Corriere della Sera ad Aldo Cazzullo. Anche la mia vicenda con D’Alema appartiene a questa storia. Ho seguito l’insegnamento di Pietro Nenni: la politica non si fa con il sentimento, ma nemmeno con il risentimento. Si può sostenere un avversario, criticarlo quando lo si ritiene sbagliato e riconoscergli, nello stesso tempo, una dignità politica. Non è buonismo: è politica. Ed è forse questa la cosa che abbiamo perduto: la capacità di essere avversari senza avere bisogno di diventare nemici.