Boris Johnson può restare a Downing Street. Il primo ministro britannico ha infatti retto di fronte al voto di fiducia richiesto da 54 parlamentari dello stesso partito di BoJo, i Tory.

A favore di Johnson hanno votato 211 deputati conservatori della Camera dei Comuni, contro i 148 che hanno votato contro il premier e leader del partito. 

Per restare primo ministro Johnson doveva ottenere il sostegno di almeno 180 dei 359 membri conservatori della Camera dei Comuni: in caso contrario doveva dimettersi da leader del Partito Conservatore e quindi da primo ministro. Con i 211 voti favorevoli, la sua sua direzione del partito non potrà essere messa in discussione per almeno un anno dai parlamentari conservatori.

Johnson ha dunque ottenuto il 58,8% dei voto di ‘supporto’ da parte dei deputati conservatori, contro il 41,2% dei voti contrari alla sua leadership. Un risultato inferiore al 63% ottenuto da Theresa May durante la sua sfida di leadership nel 2018.

Le parole di Johnson ai deputati

Possiamo andare avanti, possiamo farcela, possiamo essere uniti”. Così Boris Johnson si è rivolto ai deputati conservatori nell’ultimo appello prima del voto segreto sulla sfiducia. Il premier ha promesso di “condurvi di nuovo alla vittoria” e ha messo in guardia dal cadere in un “inutile dibattito fratricida”.

BoJo ha ricordato agli esponenti del partito “che forza incredibile possiamo essere quando siamo uniti” e ha rimarcato che “le persone in questa stanza hanno ottenuto la più grande vittoria elettorale per i conservatori negli ultimi 40 anni sotto la mia guida“, quando si è assicurato una maggioranza di 80 seggi alle elezioni generali del 2019.

Lo scandalo Partygate e la faida Tory

La pietra dello scandalo per Boris è lo scandalo Partygate, le (diverse) feste tenute a Downing Street dal premier e dai suoi collaboratori in violazione delle norme sul lockdown. Casi finiti sui principali giornali britannici e che hanno provocato anche l’apertura di una inchiesta.

Una figuraccia sfociata in una multa inflitta dalla polizia direttamente al premier, primo capo di governo in carica colpito da un provvedimento simile nella storia britannica.

Una situazione imbarazzante per Johnson, fischiato venerdì scorso alla cattedrale di St Paul, alla messa per la regina Elisabetta II, col partito che nelle ‘segrete stanze’ lo ha in gran parte già scaricato, data la scarsissima fiducia in BoJo nell’opinione pubblica e anche le recenti batoste nelle elezioni amministrative nel Paese.

Partito che ha salvato la faccia del premier in questo importante week end di storia inglese, con i sudditi di sua Maestà impegnati nelle celebrazioni del Giubileo platino della regina. Come emerso in queste ore il quorum necessario di lettere per ottenere un voto di sfiducia era stato ottenuto già da giorni, ma si è voluto aspettare la fine dei festeggiamenti per procedere con la conta in Parlamento.

Redazione