L’economia del Regno Unito ha subito nel 2020 il suo più grande crollo in più di tre secoli, con il Pil in calo di quasi il 10%. Colpa di Covid-19, ovviamente, che ha bruciato la crescita degli ultimi 7 anni. Una sorta di gioco dell’oca che riporta il paese ai livelli del 2013. Il crollo del 9,9% del Pil del Regno Unito ha superato il crollo del 9,7% subito durante la Grande Depressione del 1929. Tuttavia, c’è anche qualche motivo di speranza: secondo l’Office for National Statistics, proprio negli ultimi mesi del 2020 si stima un aumento dell’1% del Pil.

«L’economia ha subito un grave shock a causa della pandemia, avvertita dai Paesi di tutto il mondo», ha detto il ministro delle finanze britannico Rishi Sunak. In più, l’interruzione degli scambi tra l’Ue e il Regno Unito, con il definitivo passaggio alla Brexit del 1° gennaio, comincia a pesare sulle attività commerciali. Gli esportatori britannici faticano a portare i loro prodotti in Europa a causa di ritardi alle frontiere e ostacoli nei nuovi sistemi doganali. Le aziende che vendono prodotti alimentari freschi hanno dovuto buttare i loro prodotti. I nuovi accordi commerciali aggiungeranno costi aggiuntivi alle società britanniche, che dipendono dall’Europa per gran parte delle loro importazioni ed esportazioni. La Financial Conduct Authority ha rilevato che quasi il 40% degli adulti britannici ha sofferto finanziariamente a causa della pandemia, con i lavoratori più giovani, i neri e i lavoratori autonomi tra i più colpiti.

A fronte di questa difficoltà legate alla Brexit, resta però centrale il ruolo di Londra nelle transazioni offshore (il cosiddetto sistema dell’eurodollaro): ogni mese affari per un valore di trilioni di sterline attraversano la City, anche se solo una piccola parte delle attività economiche reali si svolge effettivamente all’interno dei confini del paese.
Secondo l’ultima indagine della Banca d’Inghilterra, il fatturato medio giornaliero in valuta estera ha raggiunto i 3,6 trilioni di dollari nell’aprile 2019. Il commercio di derivati – contratti utilizzati dalle aziende per proteggersi dai movimenti di mercato – valeva 3,7 trilioni di dollari nello stesso periodo. Aiutata dalla politica di deregolamentazione del governo conservatore sotto Margaret Thatcher negli anni ’80, la “City” ha attirato le grandi banche dagli Stati Uniti.

Oggi, secondo l’agenzia di lobby The City Uk, i servizi finanziari e i settori correlati danno lavoro a più di 2,3 milioni di persone in tutta la Gran Bretagna. Ma i lavori meglio pagati si trovano nella City: nell’aprile del 2019 il londinese medio ha guadagnato 736,50 sterline a settimana, ovvero 150 sterline in più rispetto alla media nazionale dei cittadini britannici. La diseguaglianza con il resto del paese è forte. Tuttavia, secondo la City of London Corporation, l’ente di governo della City, il settore dei servizi finanziari del Regno Unito contribuisce con 75,6 miliardi di sterline di tasse all’anno alla ricchezza nazionale.

La City gioca dunque un ruolo vitale nella ripresa economica del Regno Unito durante la pandemia. Catherine McGuinness, policy chair della City of London Corporation, avverte: «Il Regno Unito continua a guidare il mondo quando si tratta di servizi finanziari e professionali, ma ora non è il momento di riposare sugli allori». Nei prossimi sarà vitale investire in infrastrutture e competenze in tutto il paese.

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