Non dire gatto se non ce l’hai nel sacco”. Girava molto ieri in Transatlantico uno dei marchi di fabbrica del grande Giovanni Trapattoni, il mister più vincente nella storia del nostro calcio. Calato nel campo di gioco della politica, significa che la Santa Alleanza dei democratici e progressisti che Enrico Letta si è messo con pazienza a costruire è ben lungi dall’essere sigillata. È un ottovolante con annessi calci-in-culo (sempre di giostre parliamo) che troverà pace solo e soltanto il 14 agosto alle 24 quando saranno depositati simboli e alleanze e la settimana dopo (il 21) quando le Corti d’Appello riceveranno le liste. Fino ad allora molto ancora si muoverà. O almeno si agiterà. Nella “terra di mezzo” intanto Matteo Renzi e la squadra di Italia viva si attrezzano per fare gli outsider “liberi e coraggiosi” di due alleanze tecniche destinate a sfaldarsi il giorno dopo il voto. Non hanno accettato compromessi né qualche posto per salvare qualcuno e buttare a mare tutti gli altri.
Ieri si sono agitati molto Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, la coppia rossoverde di Sinistra Italiana e Verdi entrata fin dai primi giorni nella Santa alleanza, che non ha mai votato la fiducia al governo e ai provvedimenti del governo Draghi (ancora meno di Fratelli d’Italia) e che ha mal digerito il contratto firmato il giorno prima da Letta, Calenda e Della Vedova. Ieri doveva essere “la firma del contratto” parte seconda. Letta doveva cioè stringere anche con i rossoverdi un accordo piuttosto notarile come ha fatto il giorno prima con Azione e + Europa. Ma è saltato tutto due ore prima dell’incontro previsto nel pomeriggio (ore 16) alla Camera.
Peggio di così, dal punto di vista dei rossoverdi, non poteva andare. Male la suddivisione dei collegi, quel 70 (al Pd) e quel 30 (ad Azione e +Europa) che sembra spropositato: malissimo i paletti sui temi, il no a nuove tasse e il sì al rigassificatore visto che sulla “patrimoniale” e su no alla nave davanti a Piombino ruoterà tutta la campagna dei rosso verdi. Pessima la lettura dei giornali e dei siti tra martedì sera e ieri mattina, quel Calenda “padrone di casa che detta l’agenda” non era negli accordi. La tempesta di insulti e dubbi sui social (della serie “ma che ci fate voi con Calenda”) ha fatto il resto. Fino alla goccia che ha fatto traboccare il vaso: il leader di Azione in tv ieri mattina. Intervistato a Sky Tg24 l’ex-ministro ha affermato che “la speranza che possa rimanere Mario Draghi accomuna sia me che Enrico Letta” e che “se Fratoianni non condivide l’agenda Draghi deve rispondere ai suoi elettori del perché sta in una coalizione che condivide l’agenda Draghi. È un problema suo, non mio. Se Fratoianni non ci si trova – ha aggiunto – lo dica prima che si faccia la coalizione. Il mio interlocutore è Letta”. Calenda padrone di casa della Santa alleanza: questo non era previsto. Né prevedibile. Al buon Letta è andato di traverso un po’ di tutto. Con la pazienza di Giobbe è stato zitto, nel senso che ufficialmente non s’è fatto sentire. Probabile che abbia suggerito al socio di farla finita con le dichiarazioni ad effetto in tv. E su twitter, un altro luogo dove l’ex ministro dello Sviluppo economico risulta fulmineo, efficace, spesso deflagrante. Ma non è bastato.

Così intorno alle 14, quando mancavano un paio d’ore all’inizio della riunione, i dirigenti rossoverdi hanno fatto recapitare una nota in cui si annunciava il rinvio a data da destinarsi del vertice. Il motivo sono “le novità politiche emerse nella giornata di ieri” e il “mutamento delle condizioni su cui abbiamo lavorato in questi giorni”. Sono in corso “riflessioni e valutazioni che necessitano di un tempo ulteriore. Registriamo comunemente un profondo disagio nel paese e in particolare nel complesso dell’elettorato di centro-sinistra che ha a cuore la difesa della democrazia, la giustizia climatica e sociale”. Un lungo giro di parole che sta a significare l’irritazione di Fratoianni e Bonelli (che avevano sollecitato l’incontro con Letta) per il protagonismo del leader di Azione.
La giornata si colora di giallo. Col sapore del panico. Boatos in Transatlantico nei capannelli della sinistra Pd: “Stai a vedere che mollano e se ne vanno con Conte, tanto è il loro vecchio pallino…”. Il ministro Andrea Orlando, che della sinistra Pd è il leader, avverte: “Fratoianni e Bonelli sono alleati assolutamente importanti. È un momento delicato. Il Pd deve dare un segnale a questi compagni di viaggio con cui condividiamo molto sull’agenda sociale e sulla transizione ecologica”. Guai a te Letta se te li fai scappare. Anche perché Conte novello Melenchon è lì pronto e non da oggi a strizzare l’occhio ai rossoverdi. “Con le persone serie, che vogliono condividere un’agenda sociale ed ecologica – si è subito fatto sentire il leader grillino – c’è sempre la possibilità di dialogare”. Chissà se è vero che Conte potrebbe accoglierli al suo fianco.
Di sicuro in serata Fratoianni e Bonelli fanno sapere che l’incontro ci sarà, oggi. E che alzeranno il prezzo: sui temi e sui collegi. Fratoianni è sicuro di andare oltre il 3% e avrebbe rifiutato il diritto di tribuna (un posto sicuro nel proporzionale) perché vuole portare i suoi in Parlamento. Dunque vuole posti (il 70-30 tra Pd e Azione è al netto dei seggi tolti per le liste collegate e che potrebbero non esserci visto che Letta sta offrendo a tutti loro il diritto di tribuna nel proporzionale). E non ne vuole sapere dei due front runner Letta e Calenda come sono stati presentati nell’accordo. E noi, sottolineano Bonelli e Fratoianni, “non siamo forse frontrunner delle nostre liste?”. E poi questa storia dell’agenda Draghi: Sinistra italiana non ne vuole sapere; Bonelli neppure.
Ora però se anche i rossoverdi alzano il prezzo sui collegi, cosa rimane al popolo del Pd convinto di avere diritto al proprio numero di seggi? Questa generosità del segretario sta facendo venire molti mal di pancia. Evidenti in Transatlantico. Dove ieri girava questa storiella riportata dal congiurato Phil sul sito Globalist: “Ho da vendere una catapecchia a Bitonto, varrà si e no 200 mila euro. Puoi sentire Letta se è interessato ad acquistarla per 600mila?”. Cattiva, molto. Ma sono tanti i deputati e senatori che temono di perdere il seggio per dover fare posto agli alleati. Luidi di Maio, ad esempio: che farà il ministro degli Esteri? Accetterà due o tre posti per lui – già promessi da Letta – e un pugno di fedelissimi? O invece accetterà la sfida della sua lista per arrivare al 3%? Molti deputati Pd ieri consigliavano ai deputati dimaiani, “vedrete che non vi lascerà, correrà con voi in lista, non può fare diversamente”. Le liste fanno scattare eletti se fanno il 3%, portano voti al capo della coalizione ma non fanno scattare eletti se restano tra l’1 e il 3%, non portano nulla se restano sotto l’un per cento.
In questo bailamme Italia viva organizza la sua campagna, non soli ma “liberi, coraggiosi e coerenti”. Ieri sera Renzi ha riunito i gruppi. Il pasticcio “Calenda nel Pd” potrebbe aprire nuove strade e spazi politici all’ex premier. Anche nuove alleanze. Intanto arrivano telefonate, volontari e i piccoli, tanti donatori.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.