La vittima del “pizzo” pagava con un bonifico, così poteva ricevere anche una fattura da usare per “scaricare la spesa”: una sorta di racket 2.0, quello emerso dall’inchiesta della Guardia di Finanza e della Squadra Mobile di Napoli che oggi hanno arrestato 31 persone ritenute dalla DDA appartenenti o favoreggiatori del clan degli Amato Pagano di Secondigliano. Una ditta compiacente, dopo avere ricevuto il bonifico, restituiva la somma in contanti al clan trattenendo per sé l’importo dell’Iva. Infine emetteva “regolare” fattura al commerciale.

Le indagini della Squadra Mobile di Napoli hanno consentito di ricostruire l’organigramma attuale del clan Amato Pagato, il cui reggente sarebbe Marco Liguori il quale, con l’aiuto di esponenti di spicco storici dell’organizzazione, come Fortunato Murolo (individuato dai vertici come probabile successore designato di Liguori ), Salvatore Roselli e Raffaele Tortora, è gravemente indiziato di gestire tutte le attività illecite del clan, in particolare il traffico degli stupefacenti.

L’organizzazione capillare del sodalizio ha consentito il controllo delle diverse piazze di spaccio dei territori dove gli “scissionisti” (così chiamati dopo aver voltato le spalle al clan Di Lauro) esercitavano il loro potere criminale. Si tratta, secondo quanto emerso dalle indagini, di una struttura criminale di tipo verticistico, all’interno della quale – come sembra confermato anche dalle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia – Liguori sarebbe stato l’unico a poter prendere decisioni in merito a tutti gli affari illeciti e a delegare compiti di gestione e incarichi operativi ad affiliati di sua fiducia.

La sede dell’ A.I.C.A.S.T. (associazione di operatori economici) di Melito di Napoli era considerata il “quartier generale” di gran parte dei membri del clan Amato Pagano: lì si sarebbero tenuti dei summit di camorra finalizzati a stabilire le strategie criminali da adottare. Non solo: nella sede dell’associazione, a Melito, si tenevano anche gli incontri con le vittime delle estorsioni. In totale sono circa 500 i negozi assoggettati. La sede dell’Aicast figura tra i beni, per circa 25 milioni di euro, sequestrati tra Campania, Molise ed Emilia-Romagna, insieme a 18 aziende, 5 delle quali operanti nel settore delle onoranze funebri, 12 tra fabbricati e terreni, 34 autoveicoli e denaro su oltre 300 rapporti finanziari.

Nel corso dell’inchiesta è anche emerso il coinvolgimento di due appartenenti alla Polizia Municipale di Melito di Napoli, che avrebbero contribuito ad ampliare il controllo economico del territorio da parte del sodalizio criminale. Infatti, i due pubblici ufficiali avrebbero eseguito accessi presso attività commerciali o cantieri edili contestando delle irregolarità amministrative alle quali non seguiva alcuna verbalizzazione in quanto, previo compenso per ogni intervento portato a termine, i due suggerivano alle vittime la possibilità  di rivolgersi ai rappresentanti del clan per evitare conseguenze, allargando così il numero dei soggetti periodicamente estorti.

Napoletano, Giornalista praticante, nato nel ’95. Ha collaborato con Fanpage e Avvenire. Laureato in lingue, parla molto bene in inglese e molto male in tedesco. Un master in giornalismo alla Lumsa di Roma. Ex arbitro di calcio. Ossessionato dall'ordine. Appassionato in ordine sparso di politica, Lego, arte, calcio e Simpson.