Nel novembre del 1992 – dopo quattro anni dalla morte e sei dalla piena assoluzione di Enzo Tortora dalle gravi e infamanti accuse di appartenenza alla Nco e di spaccio di droga – Gianni Melluso, uno dei farabutti di questa triste vicenda, in vacanza con la moglie per un permesso speciale, viene raggiunto dal settimanale Gente, per un’intervista. E parla, parla, come suo costume, raccontando la “sua” verità.

Il detenuto ribadisce le sue accuse rivolte nove anni prima a Enzo Tortora, le solite menzogne arricchite da quell’arroganza e quella sicumera che solo la protezione della procura napoletana poteva assicurargli. E come un divo capriccioso e viziato, racconta: «Tortora fu rinviato a giudizio perché contro di lui c’erano prove schiaccianti. In appello fu assolto perché i “pentiti” che lo avevano accusato, sentendosi abbandonati dai giudici, ritrattarono le loro testimonianze. E come non capirli? Senza protezione rischiavano la pelle e fecero retromarcia per salvarsi. Tutti tranne me, perché sono un uomo che quando ha preso una decisione va avanti per la sua strada a qualsiasi costo.»

Naturalmente la famiglia querela per diffamazione aggravata sia Melluso, sia Sandro Mayer e Matilde Amorosi, direttore e redattrice del settimanale: dopo dieci anni di sofferenze, dopo la sentenza di assoluzione con formula piena della Corte di Appello confermata in Cassazione, e una vita distrutta, un giornale consente a un calunniatore professionista di ribadire accuse risibili quanto infamanti. La Fondazione Internazionale per la Giustizia Enzo Tortora chiede un risarcimento di 5 miliardi di lire, Spadaccia e Pannella intervengono nelle sedi istituzionali riguardo alla scarcerazione di Melluso. Ma nessuno ottiene risposte e soddisfazione. Inaccettabile. Ma c’è di più e di peggio. Il 19 dicembre 1994 Clementina Forleo, Gip del Tribunale di Milano, assolve Gianni Melluso dall’accusa di calunnia aggravata perché l’assoluzione di Enzo Tortora rappresenta, in realtà, «soltanto la verità processuale e non anche la verità reale del fatto storicamente accaduto”. Sentenza confermata poi dal Pg Elena Paciotti la quale ribadisce che quell’assoluzione non era “conseguenza della ritenuta falsità delle dichiarazioni di Melluso, ma della ritenuta inidoneità delle stesse a costruire valida prova di accusa”.

Un principio, questo, che offende il diritto e che più recentemente è stato rappresentato con un linguaggio più esplicito e teatrale da Piercamillo Davigo: “non ci sono innocenti condannati ma solo colpevoli che la fanno franca!”
Nell’intervista di ieri, Clementina Forleo, che nel frattempo lamenta di essere “stata cacciata da Milano” per un intreccio tra potere politico e vertici del potere giudiziario, condanna il sistema di corruzione denunciato da Palamara e auspica una commissione parlamentare di inchiesta e una riforma del Csm. Non è mai troppo tardi.

P. s. Nel luglio 1995 Melluso, in carcere, riprende a parlare, fornendo stavolta una nuova versione dei fatti e al procuratore di Arezzo Vincenzo Scolastico e al sostituto procuratore di Salerno Ennio Bonadies, in un interrogatorio di dodici ore confessa: «Non potevo più vivere in compagnia di questo incubo. Ho fatto male a un uomo innocente e sento il dovere di restituire dignità alla sua memoria. Quando mi trovavo davanti Tortora nei confronti, quando lo vedevo invecchiato e malato, ne avevo pena. Ma cosa potevo fare? Ero inchiodato a un maledetto copione che dovevo recitare». Un copione che porta la firma di tanti troppi… magistrati in carriera.