Il 14 luglio saranno rinnovate le presidenze delle quattordici commissioni permanenti del Senato: saranno spazzati via quelli della Lega, vecchia alleata dei 5stelle, per dar posto a nomi del nuovo governo. E così parte il “totonomine”.

Gira voce che per la commissione giustizia, verso la quale c’è un’attenzione particolare, si pensa a Pietro Grasso. La notizia non è confortante, perché – in questo momento – i magistrati impegnati in politica dovrebbero avere il buon senso di non assumere incarichi di primo piano. Ma abbiamo anche imparato – proprio in questi momenti – che i magistrati “di potere” come li chiamava Enzo Tortora, amano sempre e comunque, per vanità e visibilità, entrare nelle stanze dei bottoni.

Nel caso specifico, però, si pone una questione di opportunità: il senatore Grasso è stato Presidente del Senato nella precedente legislatura e la dignità di chi ha rappresentato la seconda carica dello Stato dovrebbe consigliare di non occupare una poltrona, importante e autorevole certo, ma pur sempre una “diminutio” rispetto all’altra. Dovrebbe assumere l’ “altezza” di un padre della Patria (se ci riesce). Ma questo tocca – come dire – il sentimento personale, il saper vivere individuale. Che sembra mancare. E in mancanza di una attenta valutazione personale, sarà bene raccontare un fatto di cui il senatore Grasso si è fatto protagonista.

A giugno del 2016 per presentare alla stampa il libro che raccoglie le lettere che Enzo Tortora scrisse dal carcere alla sua compagna, venne richiesta una sala del Senato ma, nonostante gli uffici avessero accantonato la pratica come “cosa fatta”, la richiesta fu respinta dall’allora Presidente: «… con riferimento alla sua richiesta di presentare il libro Lettere a Francesca in Senato, spiace comunicarle che la proposta non può essere valutata positivamente, non essendo la presentazione del libro collegata alle finalità istituzionali del Senato.» Parole senza senso che provocarono questa reazione: «… il libro che presenterò venerdì 17 prossimo raccoglie le lettere che Tortora mi ha scritto dal carcere e parla di una brutta pagina della giustizia italiana, talmente brutta da essere riconosciuta come tale da tutti, compresi tutti quei magistrati onesti per i quali Tortora si dimise dal Parlamento Europeo (…). Il libro che presenterò venerdì parla di un uomo perbene, accusato da alcuni magistrati per male che nonostante questo hanno fatto carriera. A dispetto di Tortora che invece è morto proprio a causa di quell’avviso di garanzia sparato – come un proiettile – il 17 giugno 1983.

Il libro che presenterò venerdì denuncia il nostro sistema penale che abbisogna di una riforma non più rinviabile proprio perché non ci siano più innocenti in carcere, cosa che invece accade ancora. Così come denuncia il nostro sistema carcerario più volte e aspramente denunciato dall’Europa perché non corrispondente ai parametri di civiltà e di rispetto dell’”uomo”. Il libro che presenterò venerdì parla di un uomo che, a dispetto di chi lo voleva vittima, si è fatto protagonista di una nobile battaglia per la giustizia diventando così un grande leader politico, in Italia e in Europa. Il libro che presenterò venerdì dal titolo “Lettere a Francesca” parla anche di un sentimento per la donna amata. Un sentimento nobile e puro.

Se tutti questi argomenti non rispecchiano “le finalità istituzionali del Senato”, allora mi deve spiegare quali sono e come giustifica tante altre iniziative che hanno invece ottenuto il “sigillo” senatoriale. Naturalmente rispetto la decisione del Presidente del Senato ma – mi si perdonerà la franchezza – spero non sia stata dettata più dal suo passato di magistrato che dalla attuale veste di seconda carica istituzionale del Paese. Sarebbe un’ulteriore ferita per Enzo Tortora. Una lesione per le nostre povere istituzioni. Un affronto.». Così la presidente della Fondazione Tortora, una lettera che naturalmente non ha avuto risposta.

Conclusione. In mancanza di una fondamentale e schietta sensibilità sui temi della giustizia, anche quando la giustizia sbaglia, è lecito affermare che il senatore Pietro Grasso sarebbe la persona meno adeguata per la presidenza della commissione Giustizia.