Come non riconoscere, pur nel suo singolare andamento alterno, i grandi meriti di un piccolo trojan? Questo simpatico cavallino, lasciato purtroppo solo nella stalla quando, invece, avrebbe potuto godere di ampia compagnia, ha definitivamente disvelato alla società civile ciò che – per la verità – era non solo già ampiamente noto, almeno all’interno della magistratura, ma, addirittura, già denunciato pubblicamente, da quasi 15 anni, da uno sparuto gruppo di coraggiosi magistrati non allineati al “rito scozzese” del pensiero unico giudiziario. È emerso quel mondo parallelo ed illegale creato dalle correnti, poi argomentatamente descritto dal dott. Palamara (con tanto di nomi, cognomi, date e riferimenti, nella pressoché totale indifferenza degli organi requirenti) come ”Il Sistema”.

Ma forse, più che di sistema, sarebbe meglio parlare di “cupola”. Sì, perché, fatte le debite proporzioni, nel mondo correntizio si riscontrano inquietanti metodologie il cui sapore, vagamente intimidatorio, porta a pensare ad altri mondi… Parliamo, difatti, di prassi consiliari improntate a prevaricazione, ad illeciti abboccamenti, a capziose valutazioni dei candidati, a manipolazioni ideologiche dei “curricula” (con omissioni deliberate e artificiosi apprezzamenti), a pelose rinunce silenziosamente “suggerite” a questo o a quel magistrato per lasciare posto a quello o a quell’altro per il quale è maturato il turno giusto. E così via.

Il tutto – come ci racconta Palamara e come si può leggere nelle chat che tutti hanno ma che nessuno vuol mostrare – secondo accorta regia e studiata pianificazione, al fine ultimo di svilire l’indipendenza del singolo magistrato. Una cupola che Palamara descrive minuziosamente sia nel suo libro (vero decalogo alla rovescia) che nelle interviste, senza che a ciò, almeno sino ad oggi, abbiano fatto seguito persuasive risposte dei magistrati coinvolti, a tutela prima di tutto della dignità della funzione.

Un sistema la cui esistenza, purtroppo, viene minimizzata (quando non negata) dalla sua prima vittima: l’ Associazione nazionale magistrati. Una vittima con un nome e una storia gloriosa, ora preda di una incomprensibile Sindrome di Stoccolma che la conduce a difendere a spada sguainata quella correntocrazia che, da troppo tempo a questa parte, la tiene sotto sequestro, sprofondandola in un isolamento morale senza precedenti.

Come lavora la cupola correntizia?
Il fenomeno è sotto gli occhi di tutti. Si realizza attraverso l’occupazione sistematica dei nodi nevralgici del circuito dell’Autogoverno (Csm, Consigli giudiziari, Scuola superiore della magistratura, Commissioni di concorso per magistrato, collocamenti fuori ruolo, etc.), al duplice scopo – conclamato anche dalle recenti cronache – di promuovere i sodali e abbattere i nemici. Prova ne sia, il recentissimo annullamento di tutte e sei le nomine togate del Consiglio direttivo della Scuola superiore della magistratura, deliberate nel 2019 dal Csm “del cambiamento” erminiano.

Prova ne sia, ancora, la colonizzazione della Sezione Disciplinare (la cui stessa esistenza appare di dubbia costituzionalità), divenuta un’occhiuta arma per colpire magistrati non allineati all’ortodossia dominante. Come non ricordare i procedimenti avviati contro de Magistris, Forleo, Nuzzi, Woodcock, tutti accomunati da finalità scopertamente ritorsive? Proprio per Woodcock si parlò di procedimento voluto “per dare un segnale”, secondo la squallida logica maoista del colpirne uno per educarne cento. E proprio per Clementina Forleo, rea di aver voluto indagare certi settori della politica, il giudice Salvini ritenne dovere morale denunciare ai colleghi il vergognoso accerchiamento di cui fu vittima, premessa del successivo ed ingiusto trasferimento punitivo.

Come definire questi metodi?
L’attenzione va, tuttavia, concentrata sul principalissimo canale di condizionamento della vita del magistrato: il cosiddetto “nominificio”. Grazie allo sciagurato Testo Unico sulla Dirigenza voluto dall’abile Mastella e prontamente lodato dal coro correntizio che ne comprese subito le potenzialità di asservimento, dal 2006 l’Allegra Comitiva del Lauto Governo è riuscita a “piazzare” nei posti direttivi degli uffici giudiziari (in primis, le ambitissime Procure) uno stuolo di compari e comparielli apparentemente selezionati secondo un criterio (“l’attitudine direttiva”) di cui si ignora la concreta portata, tanto più in un settore – come quello giudiziario – ove al titolo di dirigente non si accompagnano poteri gerarchici, autonomia finanziaria ed ancor meno spoil system. Insomma, una vaghezza buona per un’autostrada di arbitri di ogni genere, come nei fatti è accaduto.

È bene tenere presente che queste operazioni di collocamento sono avvenute sotto l’ombrello ideologico di una fantasiosa “politicità” del Csm (ripetutamente negata dalla Corte Costituzionale) e, a cascata, delle correnti che lo occupano. In breve, in omaggio a questa visione distorta, il Csm, da organo di alta amministrazione destinato a tutelare l’indipendenza del singolo magistrato, è divenuto… altro: una sorta di parlamentino minaccioso chiamato a confrontarsi sulle più variegate idee in tema di giustizia. E non solo… Il tutto nel silenzio della Carta Fondamentale. Questo processo di snaturamento ideologico ha generato un’ulteriore gravissima distorsione democratica.

Le correnti, elevatesi a rappresentanti di un inesistente corpo unitario, sono giunte ad immedesimarsi con l’Ordine Giudiziario, attribuendo ad esso – in via principale – l’indipendenza; il tutto al fine di erodere silenziosamente il principio costituzionale di soggezione del singolo magistrato soltanto alla legge, attraverso un florilegio di sovrastrutture organizzative (pensiamo all’ipertrofico sistema tabellare e alla pletorica regolamentazione secondaria del Csm, prossima oramai alla Biblioteca di Alessandria), la cui reale significanza è quella di ridurre pesantemente l’autonomia del singolo giudice.

Il fall out della cupola è, allora, evidente: il magistrato ne esce, a seconda dei casi, schiacciato o speranzoso ma, alla fine della fiera, sempre moralmente succube. Perché il giovane magistrato impara da subito che occorre imparentarsi bene, sia per fare carriera (attraverso il circuito delle cosiddette medagliette) che per prevenire guai…

Descritto il sistema, veniamo ai rimedi.
Il primo è senz’altro quello di dar vita al più presto ad una Commissione parlamentare di inchiesta con i poteri dell’autorità giudiziaria. Perché premessa di ogni buona riforma è ricostruire con precisione il quadro generale in cui versa la giustizia. E ve n’è la necessità per due ordini di ragioni: per supplire all’evidente timidezza della magistratura requirente, in ciò favorita, da ultimo, dall’improvvido “Editto Salvi” che ha sdoganato “a monte” comportamenti riprovevoli che, a mio sommesso avviso, ove posti in essere da amministratori pubblici in seno a gare o a procedimenti concorsuali, varrebbero quantomeno un’iscrizione nel registro degli indagati; per la necessità, poi, di non adagiarsi sulle dichiarazioni di Palamara che, al pari di quelle di ogni collaboratore di giustizia, andranno puntualmente verificate, nel pieno delle garanzie dei soggetti coinvolti. Senza, però, essere ignorate, come parrebbe…

Il secondo rimedio è di tutta evidenza. Parliamo del sorteggio dei candidati da eleggere al Csm (sorteggio temperato). Ciò varrà a liberarlo dalle consorterie correntizie che lo hanno soffocato e varrà, altresì, a restituire all’Autogoverno il suo sobrio ruolo di organo di alta amministrazione in difesa dell’indipendenza del singolo magistrato. Ed è lo stesso Palamara, nella sua veste di ex Presidente di lungo corso dell’Associazione nazionale magistrati, a sottolineare quanto la correntocrazia tema questa riforma.

Il terzo, infine, è quello della rotazione turnaria dei magistrati negli incarichi di coordinamento dell’ufficio. Anche qui si tratta di una riforma “a costo zero” e, tuttavia, capace di togliere alle correnti il boccone più ghiotto: le nomine apicali. E non è affatto inutile rimarcare che queste nomine, per come oggi maturano, suscitino seri dubbi sul successivo libero esercizio dell’attività giurisdizionale da parte dei sodali beneficati. Altro non fosse che per banale debito di riconoscenza… La rotazione varrà poi a restituire ai magistrati la vera pari dignità delle funzioni ed un vero autogoverno orizzontale, contro l’attuale oligarchia dei dirigenti a vita a cui si accompagna una surrettizia subordinazione dei giudici.

Un’ultima chiosa. Se l’Associazione nazionale magistrati, la cui credibilità è a pezzi, vorrà davvero recuperare il prestigio perduto e onorare la sua storia gloriosa, sia la prima ad invocare le riforme indicate, le uniche che dimostrerebbero la reale volontà di eliminare “Il Sistema”.

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QUESTO TITOLO NON MI E’ PIACIUTO

Caro Direttore,
il Riformista ha pubblicato ieri, a mio nome, un pezzo dal titolo “La magistratura è come una cupola”, affiancandolo alla nota immagine del Padrino. Ovviamente Lei ben sa la mia totale estraneità sia al titolo che all’immagine, entrambi scelti non so da chi ma a mia totale insaputa. Il titolo che avevo proposto era: “Riforme per non essere riformati”. Devo dissociarmi dal grottesco stravolgimento che simile scelta arreca al senso del mio scritto: altro è dire, difatti, che la magistratura italiana, di cui mi onoro essere parte, è minacciata al suo interno da una cupola affaristica, altro ancora è ritrarla essa stessa alla stregua di una cupola.

L’operazione, nella sua volgarità, non solo mortifica 8000 magistrati che ogni giorno fanno il loro dovere nel rispetto delle regole e fedeli alla Costituzione ( cosa questa che anche il Suo Giornale ha più volte riconosciuto) ma, addirittura, fornisce un comodo alibi ai soliti noti che grideranno , come al solito, all’attacco alla giurisdizione per garantirsi lo status quo. È noto a tutti che titolo e fotografia non sono scelti, di regola, dall’autore del testo, specie quando estraneo alla Redazione, ma la mia funzione mi impone di chiederLe una semplice precisazione pubblica in tal senso.

Andrea Mirenda

Caro dottor Mirenda, certo, il titolo è nostro e la foto (scherzosa ci sembrava) l’abbiamo scelta noi. Succede sempre così nei giornali. Del resto, il titolo che ci aveva proposto lei non ci aveva entusiasmato. Non mi pare però che il nostro titolo fosse così lontano dallo spirito e dalla lettera del suo articolo (molto coraggioso e che a noi è piaciuto tantissimo). Lei scriveva (correggendo il termine “sistema” usato da Palamara per spiegare il funzionamento della magistratura): “Forse più che di sistema sarebbe meglio parlare di “cupola”.

Si, perché, fatte le debite proporzioni, nel mondo correntizio si riscontrano inquietanti metodologie il cui sapore, vagamente intimidatorio, porta a pensare ad altro mondi…”. Beh, per la foto potevamo scegliere tra la cupola del Brunelleschi e Marlon Brando… Lei ha anche scritto che la degenerazione in magistratura era stata “già denunciata pubblicamente, da quasi 15 anni, da uno sparuto gruppo di coraggiosi magistrati non allineati al rito scozzese del pensiero unico giudiziario”. Uno sparuto gruppo lo ha scritto lei, dottor Mirenda. Poi il titolo lo abbiamo fatto noi.

Piero Sansonetti