Chi tocca Gratteri finisce male. Ne sa qualcosa l’ex procuratore generale Otello Lupacchini. Forse anche per questo il procuratore capo di Catanzaro pare proprio un intoccabile. Gli viene consentito totale arbitrio nell’azione e nella parola, come mai fu consentito neppure a colui che negli anni novanta fu il più popolare di tutti, Antonio Di Pietro. A proposito di azione e “laboriosità”, per esempio.

È normale che, dopo che un procuratore ha emesso 334 richieste di misure cautelari, subito dopo oltre 200 siano state modificate dal gip, dal tribunale del riesame e dalla cassazione? E stiamo parlando del fiore all’occhiello del procuratore Gratteri, cioè il processo “Rinascita Scott”, in questi giorni in corso a Lamezia. A questo andrebbero aggiunti i numerosi processi collaterali terminati, già nei diversi primi gradi, con percentuali altissime di assoluzioni. Spesso anche di imputati che avevano sofferto a lungo la misura cautelare in carcere.

Ma l’arbitrio viene consentito (e comunque lui se lo prende) in ampia misura anche sulla parola. E questo nonostante – come ricorda in un comunicato il direttivo della corrente di Magistratura democratica, quella delle toghe di sinistra – esista fin dal 2016 una precisa direttiva dell’Unione Europea che impegna gli Stati membri ad adoperarsi perché «fino a quando la colpevolezza di un indagato o imputato non sia stata legalmente provata, le dichiarazioni pubbliche rilasciate da autorità pubbliche e le decisioni giudiziarie diverse da quelle sulla colpevolezza non presentino la persona come colpevole». C’è da domandarsi che cosa abbia finora fatto lo Stato italiano, e in particolare il ministro Bonafede ( ma soprattutto il distratto Csm) per sedare in qualche modo la bulimia comunicativa del procuratore Gratteri. Nel rispetto della separazione dei poteri, naturalmente.

Come dimenticare quel 24 dicembre del 2019 quando, cinque giorni dopo il famoso blitz di “Rinascita Scott”, lui si lamentava sui social perché la sua operazione non aveva avuto sufficiente pubblicità. «La mia maxi-operazione – diceva – scompare dalle prime pagine dei giornali… è stata boicottata, un grave errore, bisognerebbe chieder conto al direttori delle testate più importanti di questo buco». Usando malamente il gergo giornalistico, il procuratore ritiene che sia un “buco” non tenere a lungo sulle prime pagine dei quotidiani arresti e manette. Alla faccia della presunzione di innocenza e della direttiva dell’Unione Europea.

Chi tocca Gratteri finisce male. Chissà se era un messaggio diretto a qualcuno, quello della sua ultima intervista al Corriere («la storia spiegherà anche queste situazioni») rispetto al fatto che troppo spesso i giudici annullano o modificano i suoi provvedimenti. Lui replica con assoluta tranquillità che semplicemente la storia gli darà ragione, perché lui ha ragione. Punto e basta. Ma la frase è stata invece interpretata proprio come un messaggio, di quelli che non ti aspetteresti sulla bocca di un magistrato. È insorta subito l’Unione delle camere penali, e poi Magistratura democratica. E anche un giurista pacato come Vladimiro Zagrebelsky sulla Stampa non è andato per il sottile. Dopo aver rimarcato come il procuratore abbia mostrato scarso rispetto per la dialettica processuale, la presunzione di non colpevolezza e anche per lo stesso ruolo della pubblica accusa, è stato lapidario. «Ma questa volta il procuratore ha lanciato gravissime insinuazioni sui giudici che non seguono le sue indicazioni. E ha fatto intendere che in quei casi potrebbe esserci qualcosa di losco che la storia si incaricherà di mettere in luce. Inaudito».

Sarebbe gravissimo se le parole del procuratore riuscissero a mettere in imbarazzo qualche giudice calabrese. Chi era nell’aula di Lamezia alle primissime udienze del processo “Rinascita Scott” ha assistito sconcertato alla scortesia del procuratore che intimava alla presidente del tribunale di stare zitta, oltre a tutto dopo aver ottenuto dalla corte d’appello che la stessa fosse indotta all’astensione su una sua ricusazione per un precedente formale assai discutibile e con opposta giurisprudenza della cassazione. Ci si domanda perché gli sia consentito un tale comportamento. E soprattutto perché gli sia sempre stato consentito.

Fin dal suo capolavoro, che rimane sempre il “caso Lupacchini”. Che non va mai dimenticato e che non si potrà risolvere (forse questa è la tendenza del Csm) con una bella lavata di mani allo scoccare, il prossimo agosto, del suo settantesimo compleanno e il conseguente pensionamento. È una vicenda scandalosa, ancora di più alla luce delle ultime dichiarazioni del procuratore capo di Catanzaro. Il “caso Lupacchini” ha sicuramente a che fare molto con i comportamenti del procuratore Gratteri, ma anche con interviste rilasciate dallo stesso dottor Lupacchini. Che alla luce di quello che sta succedendo in questi giorni paiono soavi poesie d’amore indirizzate al suo antagonista.

Era successo di tutto, in quei giorni. Come al solito, blitz, arresti, conferenze stampa, dichiarazioni roboanti sulla ‘ndrangheta sconfitta e la Calabria smontata per essere ricostruita come un Lego. Il procuratore generale Lupacchini, superiore in gerarchia al dottor Gratteri, non veniva informato di nulla di quanto accadeva nel suo distretto, se non da tv e giornali. Aveva denunciato la grave scorrettezza del pm di Catanzaro in via ufficiale con messaggi al procuratore generale presso la cassazione, al ministro di giustizia e al Csm.

Le sue segnalazioni non avevano sortito nessun effetto, ma era bastato che lui aprisse la bocca con un’intervista al Tgcom24 perché gli stessi soggetti si attivassero con fulminea solerzia. Ma contro di lui e a favore di Gratteri. Anche quel che era successo, nelle giornate del 25 e 26 luglio del 2018, era stato “strano”, con quell’appuntamento tra il pm e il consigliere Luca Palamara al bar, dopo la deposizione di Lupacchini ma prima di quella del suo antagonista. Che fu un fiume in piena e la spuntò. Il procuratore generale subì la misura cautelare e fu trasferito a Torino.

Ma la vicenda non è finita e si potrebbe aprire qualche spiraglio che potrebbe rovesciare la situazione. Nei giorni scorsi, mentre il Csm sta discutendo la “pratica Lupacchini” in sede disciplinare, l’avvocato Ivano Iai ha portato a casa l’astensione di un componente della commissione, Filippo Donati, di cui aveva denunciato l’incompatibilità. Perché va detto che in questa sezione disciplinare sono tutti più o meno incompatibili (uno come Gratteri li avrebbe già ricusati tutti), quanto meno per contiguità con chi si è già pronunciato a sfavore del dottor Lupacchini. Il quale ha uno stile ben diverso rispetto al suo antagonista. E con lui il suo legale. In un comunicato sulla famosa intervista di Gratteri al Corriere, l’avvocato Iai dice esplicitamente di non intendere «sollecitare pubblicamente iniziative di natura disciplinare nei confronti del procuratore della repubblica di Catanzaro».

Ma piuttosto ricordare la solita politica dei due pesi e due misure usati dal ministro, il pg della cassazione e il Csm, che hanno «attivato ben tre procedure a seguito e per effetto di un’intervista incomparabilmente meno aggressiva e per nulla intimidatoria di quella oggi ritenuta priva di rilievo disciplinare o para-disciplinare». Ma non è detta l’ultima parola.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.