Voglio esprimere la più vera solidarietà a Carlo Calenda, uomo di mondo e politico sincero, del quale in passato ho scritto cose crudeli, assimilandolo a certo costume romano made in Parioli. Scopro ora che due dei suoi tre figli si dichiarano addirittura “comunisti”. In verità, va riconosciuto al nostro un tratto di generosità e di ironia affatto comuni nel contesto pubblico politico, compresa una disponibilità a duellare perfino con i più insolenti haters dietro al Convento delle Carmelitane di Twitter, addirittura a dispetto dell’ambito antropologico dal quale l’uomo giunge, figlio della scrittrice e regista Cristina Comencini, assimilabile, quest’ultima, all’assenza di ironia segnatamente veltroniana, in nome e per conto della “vocazione maggioritaria” che ha trasformato la sinistra capitolina in un deserto.

A onor del vero, ho sempre associato, chissà perché, Carlo Calenda al non meno residenziale quartiere Trieste, parrocchia di San Saturnino, residenza di professionisti, notai, avvocati, professori universitari, giornalisti titolati, registi, presidenti della Repubblica già in servizio presso la Banca d’Italia; mobilia di ciliegio e radica, lauree honoris causa, feluche di ambasciatori, dorsi in marocchino fregiato d’oro della “Treccani”, compresi gli aggiornamenti, alle spalle di scrivanie imperiali di palissandro… Un’esistenza munita di prenotazione obbligatoria, la carta da visita in carattere “grisato” o, come pronunciano altrove, “baronale”. Sembra però che il destino abbia voluto punire Carlo Calenda, assodato, come ho detto, che due ragazzi su tre gli sono venuti “comunisti”. Parole sue: «Il figlio maggiore è comunista e fa propaganda in famiglia. Il fratello per le elezioni della scuola e la sua lista ha disegnato un logo rosso con un pugno al centro e la scritta “Rivoluzione continua”».

Un notevole contrappasso per chi voglia farsi carico di un progetto politico liberal-riformista, munito di un logo che reca il semplice motto “Azione”. Cioè l’altrove rispetto al costume scoreggione e scosciato tra gricia e carbonara che, pensando ai tempi dei “forchettoni” e dei Tanassi e perfino dei Berlusconi, potremmo definire socialdemocratico-cristiano. Ho semplificato, è chiaro, ma spero di avere dato l’idea della persona. Scoprire ciò che Calenda ha confessato a Luca Bottura mi suggerisce, se non raccapriccio, un sincero bisogno di esprimere vicinanza a Carlo nostro, forse perché anch’io, da ragazzo e in parte anche da adulto, lo sono stato, in anni in cui si era addirittura convinti che il potere dovesse essere operaio, facendo trionfare il sentimento resistenziale dello “straccetto rosso” evocato da Pasolini. Oggi invece, a dirla tutta, si fa gran fatica a individuare cosa esattamente significhi l’essere, appunto, “di sinistra”, figuriamoci comunisti, la situazione data non fa ben sperare in questo senso. Forse, che i figli di Calenda sognino la dittatura del proletariato, l’abolizione della proprietà privata, il soviet, Marco Rizzo al Quirinale? O forse, più semplicemente, giustamente, umanamente, in nome della discontinuità, sono votati al sentimento della rivolta? Se così fosse, qualcuno dovrebbe spiegargli che la rivolta, più che marxista, è un sentimento libertario, come illustrato da Camus, un bisogno molto dissimile dall’idea di rivoluzione…

Nel dire questo, torna in mente Woody Allen, Il dittatore dello stato libero di Bananas, dove il capo rivoluzionario, il mattino del giorno dopo la presa del potere, dà di matto imponendo l’obbligo a tutti di indossare la «biancheria intima non più sotto bensì sopra i vestiti». Per quanto esilarante, quest’esempio dà la misura esatta di ciò che altrove Rosa Luxemburg denunciava come involuzione autoritaria. Dico così perché molti di noi, anzi, io stesso, sono stato addirittura maoista, sognavo la rivoluzione culturale tra la via dei Laghi e il ristorante “L’Antico Girarrosto” (sul tema ho perfino scritto un romanzo, Quando è la rivoluzione, provando a riflettere sull’assenza di laicità nelle imprese assolute), peccato che allora venne nessuno a dirci che molte nostre convinzioni erano davvero deliranti, ottuse; assai grave invece che persone più grandi di noi (nel 1971 avevo 16 anni), come Alberto Moravia e il regista Marco Bellocchio, ci spiegavano che agitando il libretto rosso di Mao saremmo stati tutti presto più radiosi, felici e perfino liberi.

Per queste semplici ragioni, senza volere mettere in discussione la tolleranza pedagogica manifestata da papà Carlo rispetto alle scelte identitarie dei suoi ragazzi, il cuore mi ha suggerito il bisogno di scrivere queste righe accorate. Se solo ne conoscessi i nomi, mi rivolgerei direttamente alla sua prole, in assenza di questa informazione, aggiungo che il tempo può portare a provare umana simpatia politica perfino per Aleksandr Kerenskij, il capo del governo provvisorio, l’artefice della rivoluzione russa di febbraio, posto che con il decantato ottobre rosso di Lenin, giunto a Pietrogrado convinto di sé sul suo treno blindato, arriveranno le amarezze e il disincanto. L’ho già detto che Carlo Calenda ha tutta la mia più sincera vicinanza?