Due storie opposte ma collegate da un filo rosso: il no al populismo. Marco Carta, dopo un processo mediatico durato mesi è stato assolto in primo grado dall’accusa di aver rubato alcune magliette alla Rinascente di Milano per un valore di 1200 euro. Claudio Marchisio ha subito un furto in casa e invece di invocare la legittima difesa, ha usato parole molto equlibrate, criticando coloro che usano queste vicende per fare discorsi razzisti. Ha scritto: «Se entri nella casa di una persona per derubarla sei un delinquente. Se punti la pistola al volto di una donna sei un balordo. Se da una storia simile tutto quello che riesci a ricavarne è una battuta idiota sei un poveretto…». Sono due piccole storie ma assumono una valenza particolare perché vengono da due persone esposte, che hanno un seguito molto importante. Ma come tutte le star, così come sono tanto amate, sono anche tanto odiate, prese di mira, inseguite dagli hater che non danno scampo. Anche quando sei sotto attacco, anche quando vieni accusato ingiustamente. Marchisio, dopo il furto subito insieme alla moglie e ai figli, ha ricevuto molti messaggi di solidarietà, ma purtroppo anche tanti messaggi di odio e di insulti. Il 31 maggio scorso, il cantante vincitore di Amici e di Sanremo, viene arrestato con l’accusa di aver rubato alcune t-shirt. Era con una amica, che ora resta l’unica imputata. Nell’udienza per direttissima il giudice decide di non convalidare l’arresto. Ma lo stigma è già bello che pronto. Ormai per giornali e tv – con la complicità di chi ha proceduto a un arresto quanto mai spropositato, inutile e a uso e consumo dei media – è un colpevole, il colpevole per eccellenza. Pochi avvenimenti fanno godere quanto la persona di successo che cade in disgrazia, che viene travolta dallo scandalo. Ma non pensiate che si tratti di lotta di classe, di desiderio di giustizia sociale. No, non è così. È sempre e ancora odio, vendetta, desiderio di vedere scorrere il sangue anche se solo virtualmente. È la logica del capro espiatorio, in cui qualcuno viene sacrificato,  ma senza neanche pensare di poter cambiare qualcosa.
Marco Carta da ieri è stato dichiarato innocente, anche se molto probabilmente la Procura, che aveva chiesto una condanna a otto mesi, vorrà ricorrere in Appello. Purtroppo, nonostante questa prima sentenza a suo favore, per molti il cantante resterà colpevole.  Non si leverà mai di dosso la macchia che lo ha infangato. È la terribile consguenza del processo mediatico e di ciò che si porta appresso a partire dalla messa in discussione della presunzione di innocenza. Oggi vale il contrario e la presunzione di colpevolezza è talmente radicata che, anche quando si dimostra il contrario, l’opinione pubblica resta ferma nella propria convinzione. Il fatto di cronaca che ha coinvolto Marchisio, già da tempo in prima fila contro l’odio e il razzismo, è altrettanto emblematico del clima che si respira in questo Paese. Alcuni giorni fa ha subito un furto e non ha invocato la legge del taglione. Questo è bastato per scatenare gli hater contro di lui. Era lui la vittima, ma non avendo aderito al senso comune è stato a sua volta preso di mira come se fosse il vero colpevole. Una delle conseguenze del populismo penale, di una giustizia fondata sulla vendetta, è questa: che le persone non credono più allo Stato di diritto. Non pensano che un presunto ladro vada catturato e processato. Si è persa fiducia e speranza in questo meccanismo. Si ritiene che l’unica strada sia quella delle vendetta, della legittima difesa costi quel che costi. E se qualcuno prova a dire il contrario, se qualcuno si oppone, anche se si tratta di un personaggio molto amato, ci si scaglia contro di lui. Il populismo penale, che queste due vicende rappresentano così bene da due punti di vista opposti, ha creato una sfiducia nella giustizia e nei suoi mezzi. Il popolo pensa di poter giudicare da solo e quindi di difendersi da solo. Ma questa non è civiltà, è barbarie, alimentata da un sistema mediatico che  asseconda gli istinti meno razionali della società. Marchisio e Carta, in due modi diversi, ci raccontano un’altra storia. Carta perché ha trovato  “un giudice a Milano”, Marchisio perché ha la forza di opporsi all’imbarbarimento. Non è facile, forse è quasi impossibile. Ma ben venga quando qualcuno rompe la catena dell’odio anche pagando un prezzo così alto.