Sgombero per CasaPound, anzi no. Si tinge di giallo il presunto ordine di sgombero dell’edificio pubblico di via Napoleone III a Roma, occupato abusivamente dal movimento di estrema destra nel lontano dicembre 2003 e di fatto diventato la sede nazionale del partito.

La notizia inizia a circolare nella serata di mercoledì, quando l’agenzia AdnKronos lancia per prima l’arrivo ai vertici del movimento dell’ordine di sgombero, facendo pensare ad una notifica ufficiale. Lo stesso Davide Di Stefano, portavoce di CasaPound, racconta una versione diversa: al Messaggero ha spiegato infatti di aver partecipato mercoledì ad un “incontro sulla richiesta di sgombero” svoltosi in Prefettura con altri rappresentati del movimento.

Infatti Questura e Digos smentiscono categoricamente un prossimo sgombero dell’edificio di sei piani, al cui interno sono stati ricavati circa 20 appartamenti che ospitano attivisti e dirigenti del movimento. “Non ci risulta, non è vero. Non è stato notificato nulla”, è la risposta della Questura della Capitale alle indiscrezioni di stampa. Secondo il Corriere della Sera dietro l’indiscrezione sullo sgombero vi sarebbe una improvvisa accelerazione della Procura in merito a un’indagine per razzismo, accolta dal gip: “Si vedrà comunque nei prossimi giorni, anche se al momento non sarebbe prevista alcuna operazione in via Napoleone III. Tanto più che — emergenza Covid a parte — all’interno si trovano 18 famiglie occupanti alle quali proprio il Comune dovrebbe trovare una sistemazione alternativa”.

Nel tardo pomeriggio sulla vicenda era intervenuta anche il sindaco di Roma Virginia Raggi, che aveva commentato spiegando che “finalmente qualcosa si muove su sgombero palazzo occupato abusivamente da CasaPound in centro a Roma. Ripristiniamo la legalità”. A ruota anche le dichiarazioni di Laura Castelli, vice ministro 5 Stelle dell’Economia, che su Twitter riferendosi allo sgombero aveva esultato perché “si ristabilisce la legalità”.

La storia dello sgombero di CasaPound dall’edificio di via Napoleone III, occupato quando era vuoto ma di proprietà dell’Agenzia del Demanio, è particolarmente travagliata. Subito dopo l’occupazione il Demanio aveva chiesto lo sgombero, ma la pratica è rimasta poi ‘sepolta’. La questione è quindi tornata d’attualità periodicamente: nel 2019 il comune di Roma aveva approvato una mozione per chiedere lo sgombero, mozione di fatto ‘inutile’ in quanto l’edificio non è di proprietà del Comune, limitandosi quindi ad impegnare il sindaco Raggi a chiedere lo sgombero alle autorità competenti. Nel luglio dello stesso anno il Demanio presenta quindi una nuova denuncia per chiedere lo sgombero, atto impugnato da CasaPound davanti al presidente della Repubblica. Infine l’inchiesta della Corte dei Conti che ha chiesto un risarcimento di 4,6 milioni di euro per omessa disponibilità del bene e mancata riscossione dei canoni da parte del Demanio.

IL SEQUESTRO – La Procura di Roma questa mattina, al termine di una indagine condotta dalla Digos della Questura capitolina, ha chiesto e ottenuto dal Gip il sequestro preventivo con riferimento al reato di occupazione abusiva dell’immobile occupato dal CasaPound. Sono in corso le procedure per la notifica del provvedimento.

E intanto i militanti ‘chiamano’ i sostenitori sotto sede Roma: “Per tutti coloro che vogliono mostrare solidarietà e vicinanza a CasaPound dopo gli ultimi attacchi strumentali, per gli amici, i rappresentanti delle istituzioni, gli esponenti del mondo della cultura, per tutti gli uomini liberi, l’appuntamento è oggi alle 17.30 in via Napoleone III numero 8”, si legge in un post sulla pagina Facebook di Casapound Italia.