La riforma sulle intercettazioni prorogata a settembre, l’app per il contact tracing tra le ultime novità e da gennaio la sentenza della Cassazione a Sezioni unite (la sentenza Cavallo) a creare uno squarcio nella rete delle intercettazioni a strascico, dichiarando non valide quelle per reati non connessi e diversi dai reati per i quali erano state autorizzate. Quante cose stanno accadendo… Si ragiona sulla tecnologia, madre e matrigna, che può aprire mondi o comprimere diritti. Come nel caso delle intercettazioni. Sì, il famoso trojan, quello che qualche magistrato ha trasformato in esclusivo metodo d’indagine, che può rivelarsi un utile strumento investigativo ma anche un mezzo per andare alla ricerca di reati più che di responsabili.

Basta informarsi su alcune delle più clamorose inchieste degli ultimi anni – come quelle partite da Napoli e approdate a Roma, come quelle capaci di condizionare non solo vite personali ma anche il corso della politica – per accorgersi che un buon numero di inchieste su reati ipotizzati nella sfera della pubblica amministrazione si basano sulle cosiddette intercettazioni a strascico, quelle che mettono sotto controllo decine di persone per scoprire decine di fatti (che poi bisogna vedere se sono o no reati), quelle che i decreti autorizzativi sono sì autonomi ma si basano sui contenuti di intercettazioni raccolte partendo da tutt’altri fatti per tutt’altre notizie di reato. Cosa ne sarà di tutte queste inchieste? Di certo nei vari gradi di giudizio si dovranno confrontare con la nuova linea dettata dalla Corte di Cassazione con la sentenza Cavallo. La sentenza è di gennaio scorso ma tra l’emergenza Covid e il lockdown è tema che da poco infiamma le aule di Tribunale.

Non perché l’argomento sia nuovo in sé (in passato ci sono stati giudici chiamati a pronunciarsi sulla utilizzabilità o meno delle intercettazioni a strascico) ma perché la decisione delle Sezioni unite si pone ora come argine per risolvere un antico conflitto giurisprudenziale. In ordine di tempo, quindi, una delle prime applicazioni della sentenza Cavallo si ritrova nella decisione del Tribunale del Riesame di Napoli (ottava sezione) che nei giorni scorsi ha annullato la misura cautelare, dichiarando inutilizzabili le intercettazioni al cuore delle accuse nell’ambito dell’inchiesta sulla riqualificazione dell’area ex Cirio di Castellammare di Stabia, indagine che coinvolge imprenditori, pubblici amministratori e parlamentari.

«E ciò non per ossequio a un criterio di tipo formalistico da contrapporsi all’approccio “sostanzialistico” suggerito dal pm – si legge nelle motivazioni del Riesame di Napoli – ma perché è la concreta lettura dei provvedimenti di intercettazione a rendere palese come, all’atto della loro emissione o proroga, non sia stato effettuato dal gip, né richiesto dal pm, alcun vaglio circa la sussistenza di gravi indizi del reato di corruzione». Gravi indizi del reato: è un passaggio fondamentale, quello su cui c’è da aspettarsi grande battaglia tra pm, giudici e avvocati. «È uno dei punti su cui ancora non si è stabilita una giurisprudenza e una linea costante – spiega l’avvocato Giovan Battista Vignola, uno dei penalisti del collegio difensivo che dinanzi al Riesame di Napoli ha ottenuto l’annullamento della misura per l’inutilizzabilità delle intercettazioni – ma la sentenza Cavallo ha messo un punto fermo. Le intercettazioni vanno motivate e autorizzate sulla base di gravi indizi dell’esistenza del reato e non possono essere usate come strumento per cercare reati».

«Si tratta di una decisione coerente con il rigore della ratio e della portata della disciplina costituzionale della libertà e della segretezza delle comunicazioni – osserva, a proposito della sentenza Cavallo, il professor Vincenzo Maiello, ordinario di diritto penale all’università di Napoli Federico II e penalista che è nel collegio difensivo che dinanzi al Riesame di Napoli ha ottenuto la pronuncia sulla inutilizzabilità delle intercettazioni a strascico – Rappresenta un punto di equilibrio, ragionevole e proporzionato, tra la tutela di questo diritto fondamentale e la doverosa attività di ricerca della prova finalizzata all’accertamento dei reati e alla loro punizione. Le Sezioni unite – aggiunge – hanno inteso porre un argine a letture lassiste, eccessivamente largheggianti, del dato normativo che a loro volta finivano per legittimare la pratica delle cosiddette autorizzazioni in bianco».