Tra le tante ricadute della polemica tra Matteo Renzi e Corrado Formigli dopo l’intervista a Piazza pulita c’è l’accusa rivolta allo staff di Italia viva di essere come la “Bestia” salviniana. Un ulteriore modo per screditare l’ex premier e mettere tutti e tutto sullo stesso piano: chi diffonde odio e chi si difende, chi ha il potere e usa i social per fare propaganda politica e chi invece come libero cittadino in un libero Stato usa i propri account su facebook o twitter per esprimere un parere, anche se in maniera non corretta e a volte deprecabile. Ma che cosa è la Bestia salvinana? È il nome che i giornalisti hanno dato al sistema che veicola i messaggi del leader della Lega. Lo staff, guidato da Luca Morisi, è fatto da un gruppo di giovanissimi smanettoni che hanno molta facilità a usare i nuovi linguaggi. Si è scritto molto su di loro, ma ci sono anche poche certezze e molti condizionali. Secondo alcuni userebbero un algoritmo che consentirebbe in pochi minuti di capire quale sia il “sentiment” della rete indicando al loro capo politico e a tutti gli account collegati che cosa scrivere e che cosa no per avere successo.

La Bestia non sarebbe altro, per alcuni esperti, che un software che permette di monitorare il successo di un tweet o di un post e di orientare le scelte che vengono fatte da chi gestisce la comunicazione di un politico. Non un animale pericoloso quindi, ma un essere complesso e in fondo mansueto, sicuramente molto conosciuto da chiunque si occupi di questi argomenti. Ciò che si sa invece con certezza è che sia Salvini che il suo staff hanno fatto una scelta ben precisa: toni aggressivi, linguaggio dell’odio, messaggi che puntano sulla contrapposizione tra il noi (noi italiani, noi bianchi, noi leghisti) contro gli altri, i migranti, gli avversari politici, coloro che non rientrano nella narrazione a tinte fosche salviniana. Che cosa c’entra questo con la strategia del nuovo partito renziano? Nulla. I comitati di azione civile, da cui poi nasce Italia viva, fanno il loro esordio alla Leopolda contro il linguaggio dell’odio, contro le fake news, contro gli account falsi, che sono numerosi nell’area sovranista e razzista. Per contrastare questo clima Renzi ha scelto di usare un tono aggressivo, di non subire più, di rispondere “colpo su colpo” anche quando gli attacchi arrivano dai giornali, dalle tv, da quel circo mediatico giudiziario che con il caso Open sta dando il peggio di sé.

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Quello che però dà vero fastidio è che Renzi e il suo staff della comunicazione, guidato da Alessio De Giorgi, non siano stati a guardare. Invece di porgere l’altra guancia hanno reagito al linciaggio, hanno ribattuto, spiegato, denunciato. Ma non si deve fare. Il prescelto (si fa per dire) del linciaggio non solo deve potersi offrire come capro espiatorio, ma non deve neanche protestare. Perché se osa ribellarsi è la fine, diventa anche lui uno che usa i social in maniera sbagliata, dark, cattiva. Come una Bestia. Il giorno dell’intervista a Renzi da parte di Corrado Formigli è però successa un’altra cosa, molto diversa. Alcuni simpatizzanti di Italia viva, davanti all’attacco subito da Renzi, hanno protestato. E dai loro account privati hanno ricambiato con la stessa moneta il presentatore. Lui ha mostrato la casa di Renzi, loro hanno mostrato la sua, innescando un meccanismo che il presentatore ha giustamente condannato. Lo ha fatto pure Renzi: ha preso le distanze da chi aveva violato la privacy del giornalista. Formigli invece non ha chiesto scusa. Anche l’altro ieri, durante la nuova puntata di Piazza pulita, ha fatto un monologo in sua difesa. Formigli pro domo sua, ma non a favore di quella di Renzi, che può essere messa in piazza, senza nessuna cura né rispetto per la sua incolumità, né per quella della sua famiglia. La casa non è oggetto di inchiesta, l’interesse pubblico è stabilito dal clamore mediatico. È il cane che si morde la coda: siccome io parlo di te, siccome ti voglio processare, tu allora diventi di interesse pubblico e io – giornalista – posso dire quello che mi pare, fare quello che mi pare perché prevarrebbe il diritto a essere informati.

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Supponendo che davvero ci sia una Bestia salviniana, se c’è qualcosa che le assomiglia davvero non sono i due simpatizzanti di Italia viva che hanno attaccato Formigli, ma quel giornalismo che ha alimentato in questi anni il legame tra procure, stampa e tv, processo mediatico, linguaggio dell’odio. Questa sì che una bestia, una brutta bestia che rischia di travolgerci.

Vicedirettrice del Riformista, femminista, critica cinematografica