Non era mai successo di sentire il Capo della polizia in carica esprimere “grave disappunto” per una sentenza della magistratura che ha condannato, in primo grado, due tra i migliori investigatori in servizio nella Polizia di Stato. E farlo rispondendo alla domanda di un deputato membro della Commissione Affari costituzionali. È successo martedì pomeriggio alla Camera durante l’audizione del prefetto Lamberto Giannini da tre mesi alla guida della Polizia e di tutto il Dipartimento della Pubblica sicurezza. Tutto verbalizzato e, come si dice, agli atti del Parlamento. È un passaggio importante segno di questi tempi in cui stanno cadendo molti tabù e si registrano molte “prime volte”.

Come la crisi della magistratura, da due anni al centro di inchieste e scandali a cominciare dal suo organismo di autogoverno, il Csm, il sistema delle correnti e delle nomine. Due anni che iniziano a maggio 2019 con l’inchiesta che coinvolge l’allora sostituto procuratore a Roma Luca Palamara, lo porteranno alla sua radiazione (contro cui ha fatto ricorso), alle dimissioni di sei membri togati del plenum di palazzo dei Marescialli e a scrivere un libro-intervista Il Sistema che ha svelato, appunto, il sistema delle nomine in magistratura comprensivo degli “accordi” via via intrapresi per ricoprire le varie posizioni apicali negli uffici di magistratura. Un terremoto. Che continua a dare scossoni. In quelle pagine Palamara racconta anche i difficili equilibri tra la procura della Capitale, all’epoca il capo era Pignatone, e quella di Perugia che per legge indaga sui colleghi della Capitale. Il fatto è che il tribunale di Perugia nell’ottobre scorso ha condannato per sequestro di persona e falso un giudice dei minori e sei poliziotti tra cui i due questori Maurizio Improta e Renato Cortese, tra i migliori investigatori in forza nella Polizia di Stato. L’accusa è di aver favorito nel maggio 2013 l’espulsione illegale (extraordinary rendition, così la chiamano i giudici di Perugia) in Kazakistan della signora Alma Shalabayeva e della figlia Ayma (6 anni).

Nel maggio 2013 Improta era a capo dell’Ufficio stranieri della questura di Roma e Cortese a capo della Squadra mobile. Il 19 maggio era arrivata la segnalazione della presenza a Roma di un noto magnate kazako, ex ministro delle Finanze, ricercato per una lunga lista di reati fiscali e appropriazione indebita di 6 miliardi di dollari. Nella villetta di Casal Palocco Cortese e Improta non trovarono Ablyazov bensì due sorelle una delle quali mamma di una bimba di sei anni. La storia sembrò semplice, sul momento: la signora Ayan Alma aveva un passaporto falso della Repubblica centroafricana e in base alla legge Bossi Fini doveva essere espulsa. Così infatti è successo, con il via libera del Tribunale dei minori, il nullaosta della procura guidata da Pignatone e del sostituto procuratore. Ma il caso divenne dopo pochi giorni “un grave errore” dello Stato italiano e di alcuni suoi servitori perché mamma e bambina, moglie e figlia del ricercato Ablyazov, dovevano in realtà essere protette perché il magnate kazako aveva fatto richiesta a Londra della protezione umanitaria. Morale della storia: l’inchiesta finì a Perugia (perché era coinvolto il giudice dei minori) e gli unici a pagare sono stati i poliziotti. Condannati a quattro anni e subito sollevati dai rispettivi incarichi, a disposizione dell’amministrazione. Parcheggiati. Nel frattempo Ablyazov ha ricevuto condanne in svariati paesi, in Gran Bretagna e in Francia, ma ha ottenuto anche (nel 2020) la protezione politica in Francia. La signora Shalabayeva ha comprato casa in Italia dove spesso vive alternando viaggi in Francia e Svizzera.

Vicenda scomoda, difficile, lunga, con varie implicazioni politiche e qualche regolamento di conti tra toghe. Soprattutto piena di sviste, errori e omissioni. Che adesso hanno rotto il muro dell’omertà. E dell’imbarazzo. Il primo ad uscire allo scoperto fu l’allora capo della Polizia Franco Gabrielli che in una trasmissione tv espresse dubbi sulla sentenza e valorizzò quei funzionari. Cortese, per dirne una, è uno dei signori che ha scritto la storia dell’antimafia a Palermo (ha arrestato Provenzano) e a Reggio Calabria e negli ultimi anni ha garantito le indagini per l’omicidio Regeni. Improta ha speso anni nell’antiterrrorismo. Martedì ha parlato il nuovo Capo della polizia circa «il grandissimo disappunto» per quella decisione «dovuto alla conoscenza dei fatti, alla grandissima stima che ho dei colleghi e alla certezza che la loro posizione verrà al più presto chiarita».

Giannini ha risposto alla domanda dell’onorevole Fabio Berardini, avvocato, ex M5s, da ieri uno dei deputati che hanno costituito il nuovo gruppo parlamentare di centro che si chiama “Coraggio Italia”. Berardini ha infatti chiesto lumi al prefetto sulle due interrogazioni parlamentari che giacciono da mesi in attesa di risposta, la prima dei deputati 5 Stelle D’Uva, Licatini, Barbuto e Davide Ajello; la seconda del senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri. Entrambe elencano domande specifiche e chiedono verifiche sulle indagini. A Giannini non è parso il vero, conoscendo il contenuto di quelle interrogazioni rivolte al ministro dell’Interno, degli Esteri e della Giustizia, di rispondere alla domanda: «Le risposte alle interrogazioni conterranno una dettagliata ricostruzione dei fatti». Una diversa verità. Ovverosia che tra il 29 e il 31 maggio 2013 Muhtar Ablyazov era un latitante, che l’Interpol ne richiedeva l’arresto (con tanto di red notice) e che la signora, poiché in possesso di un documento di identità palesemente falso andava espulsa sulla base della legge Bossi-Fini. Dunque i funzionari «hanno operato con linearità e legittimità».

Le risposte alle due interrogazioni parlamentari dovrebbero riportare alla luce (questo giornale lo ha fatto in parte tre mesi fa) e mettere in fila una serie di atti che i giudici di Perugia hanno ignorato. Ad esempio la lettera di Noble, capo dell’Interpol, che rivela come Ablyazov fosse a quei tempi un ricercato e non un rifugiato politico; la perizia di quattro pagine che dimostra la falsità del passaporto di Alma Ayan. «Auspico che in tempi brevi – ha detto l’onorevole Berardini – si possa ribaltare la situazione e reintegrare i questori che sono stati messi in disponibilità». Ancora non c’è una data per l’Appello.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.