Eccolo qui lo schiaffo di Cantone a Pignatone. Due anni e quattro mesi per Renato Cortese, ex capo della mobile di Roma, ora questore di Palermo, da sempre legato all’ex procuratore di Roma. E due anni, due mesi e 15 giorni per Maurizio Improta, ex responsabile dell’ufficio immigrazione della questura di Roma oggi direttore della Polizia ferroviaria. Queste le condanne richieste dal pm di Perugia Massimo Casucci per il caso Shalabayeva. Nel maggio di sette anni fa Alma Shalabayeva, moglie del dissidente kazako Muhtar Ablyazov, e sua figlia Alua furono prelevate (rapite su richiesta?) con un’irruzione nella viletta a Casalpalocco, periferia di Roma, dove vivevano teoricamente protette dal diritto di asilo. Espulse (in una extraordinary rendition per far un favore a qualcuno?) e rimpatriate alla svelta nel Paese dal quale risultavano perseguitate.

Nella sua requisitoria di ieri al tribunale di Perugia il pm, che ha chiesto anche condanne minori per altri poliziotti, ha ricostruito quello strano blitz: il 29 maggio 2013 la polizia entrò nella casa dove vivevano le due cittadine del Kazakistan e le portò via. Sempre in teoria, i poliziotti (erano tutti soltanto poliziotti?) sarebbero stati lì alla ricerca di Muthar Ablyazov, il dissidente marito della signora nel frattempo dileguatosi nel nulla. Fatto sta che con la velocità di un fulmine la complessa procedura amministrativa per l’espulsione risultò espletata e le due furono messe a bordo un aereo privato gentilmente fornito dalle autorità del Kazakistan. L’accusa? Avrebbero avuto in mano un passaporto falso.

I fatti sembrarono subito poco chiari. Lo scandalo tardò un po’ a saltar fuori, ma alla fine scoppiò. A luglio si dimise il capo di gabinetto del ministero dell’Interno Giuseppe Procaccini. Disse di farlo «per senso delle istituzioni». Era indicato infatti come colui che aveva incontrato l’ambasciatore kazako Andrin Yelemessov proprio per parlare dell’oppositore Ablyazov. Il ministro degli Interni era allora Angelino Alfano, Contro di lui ci fu una mozione di sfiducia che il Parlamento respinse. Alla vigilia di Natale del 2013 Alma e Alua Shalabayeva lasciarono il Kazakistan per rientrare in Italia. Ai tre funzionari dell’ambasciata kazaka accusati del sequestro è stata riconosciuta l’immunità diplomatica. Due anni fa il gup di Perugia decise il rinvio a giudizio dei poliziotti. Secondo l’accusa alcuni documenti furono falsificati e da parte della squadra mobile ci sarebbe stata la deliberata intenzione di mascherare la vicenda tramite l’inganno sia dell’Ufficio immigrazione di Roma sia dei giudici chiamati a decidere sull’espulsione.

Dettagli raccontati da Alma Shalabayeva: «Mi dissero che dovevo affidare mia figlia a un ucraino che lavorava per noi. Dissi che preferivo portarla con me. Ci fecero salire su un aereo. Era un aereo privato e molto lussuoso. Dopo sei ore di volo atterrammo ad Astana». Quando, due anni fa, nell’udienza sulla richiesta di rinvio a giudizio, fu ascoltata dal gip Carla Giangamboni con la formula dell’incidente probatorio Alma Shalabayeva ribadì: «Quello mio e di mia figlia fu un rapimento». Tra le ipotesi sulle ragioni di quel misterioso blitz fu avanzata quella che si fosse trattato “soltanto” di un penoso tentativo di evitare una crisi diplomatica con il Kazakhstan dopo la fuga da Roma del dissidente Muktar Ablyazov, coperta e garantita da qualcuno.

Restano sul caso le ombre mai dissolte dei tanti sorveglianti che si aggiravano attorno alla villetta, una processione di occhiuti passanti. Tra cui alcuni personaggi di strane agenzie di security legate a società israeliane il cui ruolo non risulta chiarito. Da notare che il dissidente kazaco scompare il 26 maggio, dopo aver pranzato con moglie e figlia in un ristorante all’Eur. Dai tabulati risulterebbe che il giorno dopo un’infinita di telefonate sia stata fatta da Astana all’ambasciatore kazako in Italia. E al Viminale.