Caro Direttore,
mi chiedi di dare conto della sentenza del Tribunale di Perugia, che ha condannato per sequestro di persona alcuni alti funzionari di Polizia, nella prospettiva della parte offesa, Alma Shalabayeva, che ho assistito quale difensore di parte civile. Ricorderai certamente l’enfasi con cui l’allora ministro Alfano lesse in Senato, il 21 luglio 2013, la relazione che era stata redatta dal Capo della Polizia, Pansa. Il succo era che la espulsione di Alma Shalabayeva e della figlia Alua e la loro consegna ai rappresentanti del Kazakistan era avvenuta nel più rigoroso rispetto delle regole. Quando, richiesto dai familiari di Alma di occuparmi della vicenda, ho preso visione del testo della relazione e degli allegati, su cui si fondava, sono restato molto sorpreso. Il cuore della affermata piena legittimità dell’accaduto stava nel rilievo che tutto si era verificato nell’ambito della ordinarietà burocratica, che non aveva permesso di cogliere la particolarità della vicenda.

Si gabellavano, dunque, per ordinarietà burocratica le circostanze: che nessuno si fosse accorto che il marito di Alma fosse un dissidente politico perseguitato nel suo paese (come reso evidente da centinaia di migliaia di fonti aperte consultabili su internet); che nell’arco di meno di 70 ore una donna e la sua bambina fossero state consegnate alle autorità del Kazakistan; che per affrettare la consegna fosse stato addirittura noleggiato un aereo; che per ottenere la consegna vi fosse stata una assidua presenza dei diplomatici kazaki presso gli Uffici della Polizia; che nell’arco di poche ore, nel pomeriggio in cui era avvenuta la consegna, era stato addirittura ottenuto il visto del Procuratore Capo di Roma, Pignatone, che certamente non si occupa abitualmente di immigrati illegali.

Ecco perché, e la circostanza merita attenzione, la denuncia da me redatta, e ritenuta subito meritevole di approfondimenti da parte della Procura di Perugia, recava come allegati gli stessi documenti, sulla base dei quali il ministro Alfano aveva, con tono deciso, affermato la piena legittimità di quanto accaduto. Questa piena legittimità è stata, poi, sostenuta durante tutto il processo dagli imputati, talvolta in aperto contrasto anche con l’evidenza. E qui interviene l’interrogativo con cui ieri chiudeva il pezzo del Riformista sulla vicenda. Nel momento in cui è emerso con chiarezza che nessuno degli imputati aveva un interesse personale e che l’intero ministero difendeva quanto accaduto, diventa inevitabile chiedersi se tutto questo non si spieghi con la circostanza che gli imputati abbiano obbedito a degli ordini. Ed allora, chi ha dato gli ordini, pur essendo il maggiore colpevole, l’ha fatta franca!

Un’altra riflessione, ancora più importante sul piano delle istituzioni. Questo processo ha reso manifesto, ancora una volta, che il valore dell’indipendenza del Giudice non è negoziabile in una democrazia e che tale valore non ha, di per sé, nulla di corporativo, ma è posto a garanzia dei cittadini. Le considerazioni svolte in precedenza danno conto della circostanza che il processo ha finito con il coinvolgere, nel momento in cui ne ha smentito le conclusioni anche del vertice, una frazione importante del potere statuale. Ciononostante, il processo è andato avanti e si è concluso con una decisione certamente libera da condizionamenti di questo tipo. Questo significa che il dibattito, sacrosanto, sulla responsabilità dei giudici non deve mai dimenticare l’esigenza della tutela dell’indipendenza. Così come il tema della divisione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, da un lato, deve essere sviluppato salvaguardando l’indipendenza anche di questi ultimi e, dall’altro, deve essere visto nella prospettiva di accentuare l’indipendenza del giudice.