Politica
Caso Veliaj, la giustizia albanese sotto esame: il caso che mette in difficoltà Meloni
L’Albania rappresenta una pedina geopolitica fondamentale per l’Italia guidata da Giorgia Meloni, ma le criticità dello Stato di diritto a Tirana rischiano di minare la strategia del nostro governo. Il passo falso — maturato interamente all’interno del Partito Socialista albanese, interlocutore privilegiato della nostra premier — riguarda il sindaco della capitale, Erion Veliaj.
La storia è una sorta di “Tangentopoli” locale, che getta ombre non solo sui fenomeni corruttivi, ma anche sull’uso politico della giustizia e sull’abuso delle misure cautelari nel Paese balcanico. Lo scorso 15 settembre, la Corte Suprema albanese ha disposto il mantenimento della custodia cautelare in carcere per il sindaco di Tirana. La decisione ha disatteso un precedente pronunciamento della Corte Costituzionale albanese, che aveva definito la detenzione di Veliaj “sproporzionata” e incostituzionale la sua destituzione da sindaco, privando i cittadini del proprio rappresentante democraticamente eletto ed ufficialmente ancora in carica. Veliaj era stato sottoposto alla misura cautelare il 10 febbraio 2025 su disposizione della SPAK, la Procura Speciale contro la Corruzione e la Criminalità Organizzata.
L’organismo, nato con il sostegno e i finanziamenti dell’Unione Europea, rappresenta uno dei pilastri istituzionali per l’adeguamento all’acquis communautaire necessario all’ingresso di Tirana nell’UE — percorso di cui l’Italia si è fatta garante. Tuttavia, al netto delle accuse di corruzione rivolte al primo cittadino (che dovranno essere vagliate in un giusto processo), Veliaj rimane privato della libertà personale. A rendere singolare il quadro è la motivazione addotta dalla SPAK, che ha fatto leva sulla mancata registrazione del sindaco presso il FARA (Foreign Agents Registration Act), il registro statunitense dei lobbisti. Presso tale registro si era infatti iscritto uno studio legale legato al sindaco per perorare la sua causa negli Stati Uniti, Paese in cui Veliaj è da sempre molto attivo.
L’invocazione del FARA costituisce però un’anomalia procedurale: si tratta di un adempimento burocratico americano che non integra fattispecie di reato né negli USA né in Albania. Non a caso, la stessa Consulta albanese aveva censurato l’uso sproporzionato della carcerazione preventiva. La vicenda assume risvolti delicati sia sul piano interno sia su quello internazionale. Veliaj, figura chiave del Partito Socialista (PS) ed ex ministro, è stato per anni considerato il delfino e il naturale successore del Primo Ministro Edi Rama. Con il tempo, tuttavia, i rapporti tra i due si sono progressivamente deteriorati, trasformandosi in una aperta rivalità per la leadership. Si tratta dunque di un abuso giudiziario? Di un caso di giustizia politicizzata, condotto paradossalmente da quella Procura nata per allineare l’Albania agli standard europei? Un monito in merito è giunto direttamente da Bruxelles.
L’eurodeputato Sandro Gozi, segretario generale del Partito Democratico Europeo (PDE/Renew Europe), ha espresso forte preoccupazione, dichiarando che la detenzione prolungata solleva “gravi interrogativi sulla necessità e sulla proporzionalità” del provvedimento, e ricordando a Rama che “l’Albania merita risposte, uno Stato di diritto effettivo e il rispetto della volontà democratica, non scorciatoie giudiziarie”. Non si tratta di stabilire la colpevolezza o l’innocenza di Veliaj, né di frenare la necessaria lotta alla corruzione, bensì di comprendere i rischi del silenzio sulle garanzie democratiche a Tirana. Se l’istituzione anticorruzione agisce tramite detenzioni opache, strumentalizza adempimenti amministrativi esteri come il FARA e si mostra impermeabile persino ai richiami della propria Corte Costituzionale, è l’intero modello di pre-adesione all’UE a scricchiolare — esponendo l’Italia al rischio di farsi garante incondizionata di un sistema che vulnera lo Stato di diritto.
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