Cinquant’anni fa poteva accadere a Roma che un ragazzino finisse ucciso mentre giocava lungo i binari della ferrovia, come oggi capita nelle periferie delle metropoli asiatiche o africane. Dentro le povere abitazioni cresciute alla maniera di piante rampicanti sui ruderi antichi dell’Acquedotto Felice non c’era energia elettrica, né impianti idraulici. Quando pioveva si gettava un’incerata sul tetto in eternit, senza sapere che fosse cancerogeno, nella speranza che tenesse. Le persone che vivevano in quelle condizioni erano migranti italiani, in maggioranza provenienti da Villavallelonga, un comune in provincia dell’Aquila, ma anche da Calabria e Sardegna. Quando Mohamed e Lucinda eravamo noi.

Proprio accanto all’insediamento, che venne smantellato nel 1973, nel momento in cui gli abitanti furono “deportati” a Nuova Ostia, sorge ancora oggi la grande Chiesa di San Policarpo (all’epoca soprannominata “il panettone”, e “la centrale nucleare”). Fu dalla terrazza dell’edificio religioso che don Roberto Sardelli, giovane prete appena nominato vice parroco, vide per la prima volta lo scempio posto accanto ai fascinosi pini della Via Appia, con le reggie abusive dei nuovi palazzinari. Era un ex funzionario di banca che, dopo aver preso i voti, aveva girato un po’ in Europa, forse perché i suoi superiori credevano potesse intraprendere una carriera ecclesiastica nei ranghi vaticani e avesse quindi bisogno di imparare le lingue. In Francia gli capitò di incontrare in una colonia estiva alcuni ragazzi di Barbiana, i quali lo invitarono a conoscere il priore, loro maestro. Don Roberto si appassionò allo stile educativo di don Lorenzo Milani, superando in un battibaleno certe sue asprezze caratteriali.

Al ritorno nella capitale venne assegnato in una parrocchia di Vitinia, non distante dal mare, ma presto egli comprese di non trovarsi a suo agio nelle vesti canoniche che gli proponevano: limitarsi ad amministrare battesimi e cresime non faceva per lui. E così, dopo una forte crisi interiore, somatizzata con varie conseguenze fisiche, era stato mandato a San Policarpo dove tuttavia rischiava la medesima sorte. Fu la baraccopoli a salvarlo. Perché don Sardelli non si limitò a frequentarla dall’esterno. Alla maniera di Pietro, quando vede Gesù risorto sul lago di Tiberiade (Giovanni, 21, 1-14), ci si buttò dentro a corpo morto, andando ad abitare nella baracca 725. Gliela cedette a pochi soldi Rita, una prostituta, che continuò a praticare la sua attività pochi metri più in là. Cosicché all’inizio, quando i clienti bussavano alla porta e, invece della donna, vedevano un uomo barbuto, restavano di sasso.

Chi voglia sapere come andò a finire tutta la storia dovrebbe leggere Dalla parte degli ultimi (Donzelli, pp. 197, 25 euro, prefazione e significativo contributo di Alessandro Portelli), un libro che raccoglie alcune interviste che Massimiliano Fiorucci, pedagogista da sempre attento alle sperimentazioni sociali più avanzate, riuscì a fare a don Roberto prima della sua scomparsa avvenuta a Pontecorvo, in provincia di Frosinone, paese natale, il 18 febbraio 2019. Qui riportiamo l’essenziale: la famosa baracca 725 diventò una scuola per i ragazzini cresciuti lì attorno, pochi metri quadri di vulcanica attività didattica e non solo. In quel piccolo ambiente vennero composte, secondo il metodo della scrittura collettiva elaborato a Barbiana, “La lettera al Sindaco” e “La lettera ai cristiani di Roma” che, pubblicate sui giornali, Paese Sera in primo luogo, provocarono una serie di conseguenze a catena, sia all’interno della Chiesa, sia nelle istituzioni pubbliche.

Don Sardelli, come disse lui stesso, non era “interclassista”, il che significa che prendeva consapevolmente le parti dei più svantaggiati contro chi stava meglio, senza curare, diciamo così, gli equilibri. Non aveva peli sulla lingua. Non esitò a polemizzare coi salesiani, ai quali rimproverava una contiguità troppo stretta coi poteri forti, Giuseppe Dossetti, che gli aveva chiesto quando facesse catechismo, Tullio De Mauro, il quale avrebbe voluto che i suoi scolari continuassero ad esprimersi in dialetto, e anche coi Papi, compreso Bergoglio, a suo avviso troppo diplomatico durante la trasferta brasiliana. Perfino Madre Teresa di Calcutta, vedendolo così battagliero, se ne ritrasse quasi intimorita. Insomma una personalità tagliente, eppure amatissima dal suo popolo: «Mi volevano bene. Ma anche se mi avessero voluto male, io non faccio la scuola perché mi vogliano bene, questo lo può fare un mercante, ma non un educatore. Un educatore deve anche essere duro e procurarsi il male che gli vogliono i ragazzini».

Ai quali non si era limitato a togliere il calcio spingendoli alla lettura critica dei quotidiani. Abitando insieme alle famiglie, era diventato uno di loro. La sera andava da Upim a comprarsi il pesce surgelato che consumava bollito con un filo d’olio e del prezzemolo. Tutti lo vedevano. E capivano che non poteva esserci “vacanza”, né “ricreazione”, perché la scuola era la vita. Don Milani docet. Dal 1968 al 1973 furono cinque anni terribili e meravigliosi. Quando morì Clelia, non c’erano soldi per la cerimonia funebre. Allora Rita, la vecchia prostituta, le portò il suo vestito più bello. E don Sardelli celebrò il funerale davanti a tutto il quartiere. Aveva innescato così in quei poveri diseredati la consapevolezza del bene comune. Forse intendeva questo quando disse: «Io non faccio assistenza, ma creo coscienza».