Una bella ragazza calabrese, ho pensato quando l’ho vista nello studio di Cesare Previti, via Cicerone, Roma. Una praticante non da fotocopie, che nel 1994, a ventisei anni, aveva già bruciato tutte le tappe di un futuro da avvocata che poi però fu subito destino politico. In quello studio si svolgevano le prime riunioni di Forza Italia sulla giustizia. Jole aveva le idee chiare, separazione delle carriere, rottura dell’obbligatorietà dell’azione penale e della sua ipocrisia, riforma del Csm e quella della custodia cautelare. E un mostro da combattere, le “toghe rosse”, la versione ideologica anni novanta di quel che sarà il “partito dei pm”.

Nei nostri incontri c’era sempre un pezzetto di terra di Calabria. Un po’ per le mie origini paterne e un po’ per quel giro pazzo della regione più povera d’Italia che avevo percorso in quell’inizio del ’94 con Vittorio Sgarbi in una campagna elettorale difficile. E aspro era stato l’incontro con una comunità caparbia e impenetrabile che non parlava, non applaudiva e non regalava i propri voti. A Cosenza era stato diverso, e c’era anche Jole. Una città di arte e di cultura, governata da Giacomo Mancini (che lei chiamava zio), che si era mostrata appassionata e accogliente in una grande assemblea. Jole Santelli era socialista e poi militante di Forza Italia. Per sempre, con rara coerenza e lealtà. Fu l’unica, sottosegretario nel governo Letta, a dimettersi e abbandonare Alfano quando ci fu la rottura con Berlusconi. Andò tranquillamente all’opposizione a continuare il proprio lavoro. Nel corso del tempo l’ho sempre vista così, una vera donna calabrese, come ho sempre visto mia nonna e le mie zie. Donne con una spina dorsale d’acciaio, altere nei loro abiti scuri, con capelli neri lunghi e lucenti. In Jole il termine “militante” ha avuto un significato importante, come non si trova più nella politica, e sicuramente non in Forza Italia.

È il senso della persona che sa farsi comunità, che non baratta i propri principi, che sa tenere alta la bandiera della propria storia, insieme a quella della propria terra. Non abbiamo condiviso tutto, nell’incontro tra due scorze dure. Lei credeva nel carcere e nella funzione retributiva della pena. Aveva della reclusione la visione un po’ rigida dei vecchi avvocati e credeva in una prigione più umana e con grandi spazi per l’affettività. Credeva anche che la privatizzazione delle carceri, secondo il modello anglosassone, avrebbe portato a una modernità che avrebbe giovato alla salute fisica e mentale del detenuto. Una riformatrice comunque, sulla fase post-processuale, ma una rivoluzionaria su tutto quel che succedeva prima. A partire dalle sue idee sulla custodia cautelare.

Aveva lavorato sui principi di quel “decreto Biondi” che aveva voluto ridurla al minimo e riservarla ai delitti di sangue e che segnò la rottura con il pool di Milano e anche la caduta del primo governo Berlusconi. Fino alla famosa “Legge Pecorella”, che aveva voluto inibire il ricorso in appello del pm dopo l’assoluzione nel primo grado di giudizio e che purtroppo sarà in seguito spazzata via dalla Corte Costituzionale. È stata due volte sottosegretaria alla giustizia, entrando in Parlamento, dopo una lunga gavetta (come si addice a una militante, si sarebbe detto una volta), più o meno quando io ne sono uscita. In certi provvedimenti (e anche atteggiamenti) del ministro di giustizia Roberto Castelli si sente ancora la traccia della zampata di Jole Santelli. Oggi viene descritta come “guerriera”. Non è un termine adeguato (con tutto il rispetto per le amazzoni). Non era guerriera quando ballava la tarantella a piedi nudi o magnificava con la sapienza della grande cuoca la ‘nduia e i salamini piccanti, ma neanche quando aggrottava la fronte minacciando di chiudere i porti, cosa che probabilmente non avrebbe fatto, ma che andava detta. E neanche quando da capo della sua regione riuscì a mettere in ridicolo il governo e il ministro Boccia. Il quale, forse preso da un momento di stizza, aveva fatto un ricorso al Tar (e lo aveva pure vinto), perché lei, al grido di “a noi gli ordini non li dà nessuno”, e pensando all’economia, oltre che alla salute dei cittadini, aveva ridato vita ai bar e ai ristoranti all’aperto con cinque giorni di anticipo rispetto a quanto previsto da uno dei mille dpcm di Conte.

Il suo pensiero costante, mentre la vita già un po’ se ne stava andando via da lei, era l’orgoglio della sua terra. Voleva una Calabria lanciata nel mondo per le sue bellezze, che sono tante. E la voleva libera non solo dall’immagine di povertà e di presenza mafiosa, ma anche da quella passività fatalistica che fa parte della storia dei vinti. Aveva visione e progetti. Ma non ha fatto in tempo. Ha avuto solo otto mesi, e non dei migliori per il paese. L’orgoglio della sua terra, è quello che lascia. E una passione per la giustizia che le è sempre rimasta dentro, e che ha accompagnato ogni suo verbo, ogni suo gesto. Ciao, bella ragazza calabrese. Impossibile dimenticarti.